Home In sala Uscite della settimana Kokuho – Il maestro di Kabuki

Kokuho – Il maestro di Kabuki

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VOTO: 9

Ascesa di un “Tesoro Nazionale Vivente”

Non sono poi molti, considerando l’incidenza sul patrimonio culturale nazionale, i film realizzati in Giappone a ridosso delle forme teatrali più vicine alla Tradizione: ovvero   (能), Kabuki (歌舞伎), farsa Kyōgen (狂言, “parole folli”) e poche altre ancora. Più facile inoltre che ambienti così rigorosi ed elitari vengano esplorati attraverso il documentario, rispetto al cinema di finzione. Anche perché, prendiamo proprio il caso del Kabuki, per la sensibilità media dello spettatore nipponico veder rappresentata sullo schermo in modo poco plausibile quest’arte così iconica, antica, sarebbe a dir poco delittuoso.
Splendido, intenso, potente e ricco di sfaccettature è invece il ritratto che ne fa Lee Sang-il, regista le cui origini familiari rimandano alla Corea presente al 28° Far East Film Festival con questo Kokuho – Il maestro di Kabuki che, grazie alla Tucker, sarà distribuito nelle sale italiane a partire dal 30 aprile 2026. Emozionante è stato comunque poterlo vedere sullo schermo grande del Teatro Nuovo Giovanni da Udine. Un piacere per gli occhi vista l’insolita eleganza visiva, come pure un’assai soddisfacente esperienza sinestetica per chiunque ami questo Teatro orientale così antico.

Le didascalie iniziali rimandano anche lo spettatore più sprovveduto al XVII secolo, periodo dell’affermazione di quest’arte in Giappone, mettendone in risalto la particolarità rappresentata dagli onnagata, termini con cui si indicano gli attori maschi (spesso i più preparati e apprezzati della compagnia) specializzatisi nei ruoli femminili, rispetto ai quali per motivi di decoro le regole tradizionali prevedono siano invece escluse le donne.
L’estrema bellezza e il realismo delle varie rappresentazioni inscenate durante Kokuho devono molto sia alla supervisione della star del kabuki Nakamura Ganjiro IV, sia al fatto che per i ruoli principali sono stati scelti proprio giovani interpreti allenatisi a lungo e duramente in quest’arte, nella fattispecie Yoshizawa Ryo e Yokohama Ryusei. Le loro interpretazioni dei drammi messi in scena (tra cui quel Doppio suicidio a Sonezaki, del quale il pubblico più cinefilo ricorderà senz’altro qualche importante trasposizione cinematografica) sono quindi tanto fluide e filologicamente corrette, quanto intense a livello di spessore drammatico.

Quando poi le riprese dello spettacolo ingloberanno momenti di tensione sempre sul punto di sfociare in tragedia autentica, ad esempio col Maestro di questa nobile arte Hanai Hanjiro (impersonato dal carismatico Watanabe Ken) già malato e pronto a morire in scena manco fosse Moliere, ma soprattutto con la rivalità tra le due star emergenti del Kabuki portata all’estremo dal punto di vista fisico, tanto da accelerare la consunzione di uno dei due, il pensiero non può non correre a Black Swan di Darren Aronofsky, sebbene lì a essere protagonista fosse un’altra espressione artistica, la danza.
Rese ancora più immersive le scene d’impronta teatrale dalle musiche avvolgenti di Hara Marihiko e dalla fotografia, davvero splendida, di Sofiane El Fani, c’è da dire che il film, oltre a fare da intersezione tra arti e linguaggi differenti, accarezza strada facendo diversi altri generi cinematografici. Dal Coming of Age allo Yakuza Movie così ben citato e coreografato nel brillante prologo, allorché un boss di Nagasaki durante un viopentissimo agguato viene ammazzato praticamente davanti agli occhi del figlio Kikuo, che da lì a breve intraprenderà la carriera di attore nel kabuki; affermandosi in tale ambito, da co-protagonista del fluviale lungometraggio, al punto di ottenere la carica di “Tesoro Nazionale Vivente” così ambita in Giappone.

Stefano Coccia

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