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Keeper – L’eletta

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VOTO: 5,5

Il teatro dell’assurdo che tracima nel folk horror

Non passa molto tempo dalla realizzazione del film horror The Monkey, che il regista statunitense Oz Perkins dirige un altro lungometraggio restando dalle parti del genere con Keeper – L’eletta. La vicenda stavolta è ambientata nel bel mezzo di una foresta, nella quale una giovane coppia si reca per passare alcuni giorni in una baita.
Liz e Malcolm, alias Tatiana Maslany e Rossif Sutherland, cercano un po’ di quiete e il rischio è che in realtà questa si protragga troppo a lungo, ma a discapito dello spettatore, che in attesa di un evento scatenante o di un colpo di scena si chiederà perplesso se piuttosto non sia di fronte ad una rappresentazione che rievoca il teatro dell’assurdo. E solo quando entrano in scena altri due personaggi quali Darren cugino di Malcolm che ha le fattezze di Birket Turton e Minka, la sua compagna ovvero Eden Weiss, si percepisce la sensazione che qualcosa debba accadere.

Il lungometraggio gioca proprio su l’effetto di generare nello spettatore il protrarsi dell’attesa, che ha il sapore di una suggestione beckettiana. Questa si fa forte anche nell’esplorare in maniera estrema le dinamiche di coppia, con i personaggi che interagiscono in modi sorprendentemente freddi, innaturali e a tratti assurdi. E proprio come nel teatro di Beckett o Ionesco, Keeper- L’eletta non offre spiegazioni narrative tradizionali. La trama si concentra più sull’atmosfera di minaccia, e sull’angoscia psicologica, che va in crescendo, piuttosto che sulla logica degli eventi. Il ritmo è lento e l’incedere senza sussulti e guizzi di regia al minimo storico, fattori questi che purtroppo distolgono l’attenzione dall’elemento fondamentale del film, ovvero la natura.
Non a caso il tutto si svolge nel cuore di una foresta cupa e lontana dal caos cittadino, ma il protrarsi di una trama in gran parte concentrata all’interno della baita concede poco spazio al vero protagonista, ovvero quell’inferno verde, portatore di una misteriosa eredità, capace di provocare visioni e allucinazioni.
Le radici di un folklore ancestrale tessono trame sotterranee, in un gioco sottile e perverso, che riserva sorprese tardive le quali sanno di déjà vu. Le figure che entrano in campo si rifanno alla tradizione dell’horror orientale, a cui Oz Perkins sembra attingere appieno. Fonte di ispirazione sono soprattutto le leggende del folklore giapponese, riportate però in una versione occidentale. Esse comunque generano la suggestione derivante dalle spaventose visioni di figure femminili, appartenenti invero agli Yōkai, creature soprannaturali che in questo caso sono annunciatrici di eredità maligne.

In sintesi Keeper- L’eletta utilizza la struttura del folk horror per creare un’esperienza immersiva e onirica,  in cui la logica narrativa è sacrificata a favore di una tensione disorientante, che tracima nella follia. Peccato però che l’esperimento adottato dal cineasta statunitense, e primogenito di Anthony Perkins, si riveli interessante solo nelle intenzioni, poiché la suspense si avverte solamente nella seconda parte del film. E la soluzione finale, che sa di già visto, non appaga appieno, svilendo cosi un’impalcatura narrativa che nelle premesse era interessante.

Fabrizio Battisti

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