Gli ultimi non saranno i primi
Dopo il successo internazionale del pluridecorato esordio Tra la terra e il cielo (Masaan), presentato al Festival di Cannes 2015 e vincitore del Premio FIPRESCI, Neeraj Ghaywan è tornato al lungometraggio con Homebound – Storia di un’amicizia in India, anch’esso selezionato alla kermesse francese per poi proseguire il percorso festivaliero facendo tappa a Toronto e a Milano nel concorso della 35esima edizione del Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina, laddove è stato proiettato in anteprima italiana come antipasto dell’uscita nelle sale nostrane il 26 marzo 2026 con Wanted Cinema.
Nel mezzo, ossia nei dieci anni che separano i due film, per Ghaywan c’è stato spazio per le altrettante fortunate esperienze sulla breve distanza (i cortometraggi Noise, The Epiphany e Juice) e nella serialità (Sacred Games per Netflix e Made in Heaven per Prime Video), utili a rafforzarne la poetica, migliorarne l’approccio alla materia narrativa e affinarne il linguaggio tecnico. Componenti, queste, che, insieme alle indubbie qualità dello script, avranno calamitato sulla nuova pellicola del regista di Hyderabad l’attenzione di Martin Scorsese, il cui nome appare nei credits alla voce produttore esecutivo. Un nome, una garanzia, quello dell’illustre collega statunitense, che rappresenta un discreto biglietto da visita che certifica la bontà dell’opera in questione. E infatti il risultato lascia il segno per il livello di intensità emotiva che riesce a raggiungere grazie alla somma dei singoli ingredienti che ne vanno a comporre la ricetta, a cominciare dalle performance dei due magnetici protagonisti interpretati da Ishaan Khatter e Vishal Jethwa, rispettivamente nei panni di Shoaib e Chandan. Amici d’infanzia in un piccolo villaggio dell’India settentrionale nelle campagne attorno a Delhi, i due ragazzi, appartenenti a delle comunità emarginate, musulmana e dalit (gli “intoccabili”), vedono nell’arruolamento in polizia una possibile occasione di riscatto e quella dignità che è stata loro sempre negata. Quando solo uno dei due viene selezionato per la fase successiva, il loro rapporto si incrina, tra prospettive diverse e la radicale messa in dubbio di rapporti che, tra loro, erano sempre sembrati saldi e accettati. Ad aggravare le cose, l’inconsapevolezza di un’ombra che avanza inattesa: l’imminente pandemia da Covid-19. Sottoposti a prove incessanti e a un susseguirsi di difficoltà, Shoaib e Chandan saranno costretti a confrontarsi con sfide estreme. Vedere per credere…
Homebound promette e offre allo spettatore un’odissea umana e fisica simile a una discesa in apnea in assetto variabile, scandita nel corso delle due ore a disposizione da un flusso variabile di emozioni cangianti che deflagrano in un epilogo che strappa il cuore dal petto, davanti al quale è impossibile restare indifferenti. Il tutto scaturisce dal respiro epico di una piccola-grande storia commovente che oltre a tematiche universale come l’amicizia, l’affinità, l’identità, l’appartenenza, l’amore fraterno, la resilienza e al dramma sullo sfondo chiama in causa gli stilemi del romanzo di formazione. Parallelamente agli ostacoli che di volta in volta i due protagonisti si trovano ad affrontare, pandemia e lockdown compresi, il film, alla pari di operazioni analoghe come il recente La torta del presidente o i vari Winners, Trash, Nezouh – Il buco nel cielo e The Millionaire, mette insieme le tappe accidentate del percorso di crescita di ragazzi/e alla soglia dell’età adulta in un contesto ostile alle lotte silenziose e invisibili di chi viene spesso ridotto a numero, statistica e categoria sociale. Homebound in tal senso è anche un atto d’accusa contro la società indiana contemporanea, che con le “armi” a sua disposizione punta il dito contro i conflitti di classe (e di casta), le varie forme di razzismo e più di un riferimento ai diritti negati rispetto alla condizione femminile nel Paese attraverso le vicende delle sorelle e delle madri dei personaggi principali. Ghaywan, che per l’opera in oggetto ha attinto pure al suo vissuto provenendo come Chandan dalla comunità Dalit, storicamente collocata ai margini del sistema delle caste indiano, è persona informata dei fatti e testimone oculare avendo provato sulla sua pelle le suddette dinamiche. Una vicinanza ai personaggi e alle loro esistenze, da lui condivise, che rendono il film molto personale e ciò traspare dalla visione.
Un magma incandescente, questo, che si riversa sullo schermo con l’afflato caratteristico di plot come questi, emotivamente coinvolgenti e per fortuna non banalizzati nella resa narrativa e drammaturgica dalla mera strumentalizzazione del dolore. Il fruitore viene tirato dentro, vive ma non subisce passivamente i contraccolpi dettati dagli accadimenti e questo è merito di una scrittura e di una messa in quadro (visivamente impattante la fotografia di Pratik Shah) che, pur edulcorando alcune situazioni, non insiste più del necessario.
Francesco Del Grosso









