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Il suono di una caduta

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VOTO: 7,5

Un viaggio nel tempo nel medesimo spazio per raccontare la Storia

Premio della Giuria al Festival di Cannes 2025 e selezionato come candidato della Germania agli Oscar 2026 per il Miglior Film Internazionale, nonché in programma alla 37esima edizione del Trieste Film Festival, Il suono di una caduta (Sound of Falling) di Mascha Schilinski è un labirintico viaggio nel tempo e nella vita di quattro giovani donne che condividono nelle epoche lo stesso spazio, una fattoria nel nord della Germania; un affresco al femminile tutt’affatto originale e quasi ipnotico.

Quattro generazioni, dalla Grande Guerra ad oggi, si susseguono e si intersecano, mentre passato remoto, presente e passato prossimo si intrecciano e si sovrappongono in un unicum atemporale, rendendo non lineare la visione dell’opera, in un montaggio sincopato ed esasperante (per mano di Evelyn Rack), affidandone piuttosto il valore alla potenza della fotografia (a cura di Fabian Gamper) ed alla interessante gestione del sonoro: le musiche di Michael Fiedler ed Eike Hosenfeld si alternano a silenzi improvvisi, rimbombi e respiri, ai rumori naturali del vento, della tempesta, dello scorrere del fiume che – per quasi cinquant’anni – ha diviso le due Germanie (l’Elba).

A raccontare la storia, come voice over, sono le stesse protagoniste, le cui voci si alternano e si confondono nello srotolamento della matassa: la piccola Alma è una bambina cresciuta negli anni della Grande Guerra, che testimonia il destino della sorella maggiore e quello del fratello, cui viene amputata una gamba; Erika, ipoteticamente sua discendente, negli anni del secondo dopoguerra, è incuriosita ed attratta dall’uomo ormai adulto, mentre l’imminente arrivo dei russi spinge le donne del villaggio ad attraversare il fiume per non subire violenze; negli anni Ottanta, quello stesso fiume è visto come passaggio verso la libertà: l’adolescente Angelika alla scoperta della propria sessualità è vittima di uno zio predatore e scompare, presumibilmente fuggita attraversando l’Elba verso una vita migliore. Infine, arrivati all’oggi, la fattoria vede l’arrivo della malinconica Lenka con sua madre e la sorella minore, mentre i fantasmi del passato si intrecciano con le insicurezze, le paure e le speranze del presente, in un fil rouge che lega tutte le protagoniste del film della Schilinski: la casa si rinnova, cambia volto nei secoli, ma la condizione della donna resta pressoché immutata, sospesa tra sogni, traumi e rinascita.

La forma scelta dalla regista mescola stili apparentemente lontani anni luce: dall’atmosfera horror al melodramma familiare, dalle suggestioni metafisiche alla crudeltà di Michael Haneke nella sua trilogia della glaciazione, sino alla fotografia che rimanda ai dipinti fiamminghi di maestri come Jan van Eyck e Bruegel il Vecchio, la Schilinhski sorprende e ipnotizza lo spettatore senza soluzione di continuità, dando pur tuttavia priorità all’estetica rispetto al cuore della storia. Le vite delle donne e degli altri personaggi si intersecano e si sovrappongono senza un reale approfondimento, abusi e crudeltà vengono mostrati o sottintesi ma non sviscerati, rimanendo piuttosto sulla superficie di un racconto corale dove la quantità delle storie mette in secondo piano l’analisi ad un livello successivo, lasciando lo spettatore visivamente ma non intimamente appagato.

Interessante invece l’analisi politica che sottende l’evoluzione della Germania nel Novecento, dalla Grande Guerra all’occupazione sovietica del secondo dopoguerra, dalla divisione in due Paesi distinti alla riunificazione ed alla rinascita come potenza; Mascha Schilinski, attraverso piccoli ma significativi episodi (dalla mutilazione dei ragazzi per non essere arruolati alla fuga delle giovani come unica possibilità per trovare scampo alle violenze della guerra, dalla donna come merce di scambio alla sua emancipazione) non racconta solo una storia al femminile, ma anche del suo Paese e della sua Storia.

Michela Aloisi

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