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Un poeta

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VOTO: 7,5

Un principe delle nubi?

Il poeta nella società è come l’albatros, secondo la metafora della famosa poesia di Charles Baudelaire contenuta nella raccolta I fiori del male. Il maestoso uccello marino che, catturato da marinai, diventa goffo e impacciato sul ponte della nave. Il “principe delle nubi”, grande nel mondo delle idee, ma inadeguato nella vita quotidiana: «Questo viaggiatore alato, com’è goffo e debole! / Lui, prima così bello, com’è comico e brutto!». Un albatro è, o si atteggia a esserlo, Oscar, il protagonista di Un poeta, il secondo lungometraggio del cineasta colombiano Simón Mesa Soto, presentato nel Concorso Lungometraggi “Finestre sul mondo” del 35° Festival Cinema Africano, d’Asia e America Latina, dopo l’anteprima a Un Certain Regard di Cannes 2025 e i passaggi in numerosi festival internazionali.
Oscar Restrepo, il poeta, è un uomo di mezza età, decisamente sgradevole e brutto, non solo fisicamente. Vive con l’anziana madre, di cui si occupa, che accompagna in ospedale per i controlli, è divorziato con una figlia adolescente, che ogni tanto vede e che certo non impazzisce per lui. Si riduce anche a chiedere a lei un prestito. L’umiliazione è massima. Alla sua età non ha raggiunto nessuno degli obiettivi che la società impone, una posizione, una stabilità economica, per la quale è considerato un fallito. Ha anche fatto degli investimenti finanziari sbagliati. Si illude che la sua arte poetica venga riconosciuta, ma anche nella comunità dei poeti è considerato un reietto, non all’altezza dei colleghi che sono à la page. I libri che ha pubblicato risalgono a 25 anni prima, come si vede dalla sua fotografia da giovane nel retro di copertina. Non potendo vivere d’aria finisce per accettare, molto riluttante perché significa per lui sporcarsi le mani, un lavoro da insegnante in una scuola superiore. E si dimostra anche un insegnante capace di trasmettere la passione autentica per la poesia, erede di quei docenti anticonformisti che il grande cinema ha più volte raccontato, come il professor Dominici di La prima notte di quiete o il professor Keating di L’attimo fuggente. Ed è anche simile, a quelle di quei film, la figura del preside, dell’autorità scolastica mediocre e conformista. Oscar investe tutte le sue energie su una sua alunna, Yurlady, a suo parere con un talento poetico genuino. La porta a un festival della poesia dove però lei si ubriaca, con un bicchiere di vino, e lui l’accompagna a casa esanime. Un ritorno rocambolesco in cui la ragazza rotola, provocandosi così lesioni sul corpo, in una stradina in forte pendenza, in una città sviluppatasi su forti dislivelli altimetrici come Medellín. Oscar verrà così accusato dalla famiglia della ragazza e quindi dalla comunità, di molestie. L’artista viene così espulso dal corpo sociale secondo un copione ben noto, per la semplice cultura del sospetto con cui le società perbeniste vedono spesso gli artisti, soggetti non produttivi ed economicamente inutili.
Nella parabola del poeta Oscar Restrepo, Simón Mesa Soto riflette sull’arte, sullo scarto tra arte, sublime, e vita, mediocre, e sul ruolo dell’arte nella società, su quella autentica, scomoda e quella invece più seducente, glamour ma vuota. E lo fa scegliendo la poesia, forma d’arte impalpabile, eterea quanto somma ed eccelsa. Il tutto però senza facili manicheismi. Non siamo mai certi che Oscar sia davvero un grande poeta incompreso o che semplicemente si illuda di esserlo. Il film non fornisce elementi per un giudizio sulla qualità della sua ars poetica e non potrebbe essere altrimenti. Il cinema è una forma d’arte visiva, che si muove a un livello diverso rispetto alla poesia. Oscar vive sui suoi miti artistici, che continua a nominare, ma in fondo si può trattare semplicemente di puri modelli. Bisogna pur sempre avere dei modelli, come diceva Woody Allen accusato di atteggiarsi a Dio, in Manhattan. Per Oscar il punto di riferimento massimo è quello del poeta colombiano di fine Ottocento José Asunción Silva, il cui ritratto campeggia nella sua casa come una presenza guida, che prese il decadentismo di Verlaine per passare poi al modernismo, e che si suicidò sparandosi al cuore. Ma cita poi anche Oscar Wilde, e si vede un manifesto di Bukowski mentre Oscar viene portato fuori dalla scuola in cui è fortemente contestato. Il mondo editoriale vuole poesie di impegno civile, sull’ambiente o sugli indigeni. Vedremo anche un poeta indio al festival della poesia. Non c’è spazio per l’arte pura, ma solo per quella che insegue temi sociali sempre più ridotti a cliché. Ma proprio la scena in cui un editore enuncia questo principio si rivela un sogno del protagonista. Infine, Oscar si manifesta nella sua contraddittorietà, in una parabola in cui passa, all’inizio del film, dal rifiutare il lavoro di insegnante, in quando degradante rispetto alla sua statura di artista, a protestare perché quel lavoro di cui ha bisogno non gli venga tolto. L’accusa che gli viene è mossa è ovviamente falsa, ma il suo rapporto con Yurlady non è esente da morbosità o da desideri loliteschi comunque controllati. Come nella scena in macchina in cui Oscar vede le mutandine della ragazza, peraltro della stessa età di sua figlia, priva di sensi, che pudicamente copre sistemandole la gonna. Ma il poeta può andare oltre le leggi morali che governano la società? Non era così per Oscar Wilde e la sua omosessualità, fortemente proibita dalle rigide norme dell’Inghilterra vittoriana?
Un poeta è un film che non giudica, dove non ci sono punti fissi, coordinate da seguire per lo spettatore. E questo si traduce anche visivamente nello stile di regia, girando in pellicola 16mm con una mdp sempre instabile e precaria. Sembra di tornare a quella tendenza di piani sequenza e macchina a mano diffusa in molto cinema d’autore degli anni Novanta, dai Dardenne ai film Dogma. Simón Mesa Soto è riluttante ai campi controcampi, risolvendo i momenti di dialogo con panoramiche a schiaffo dei due personaggi ripresi di lato. Numerose sono le elissi narrative, per esempio di quando Oscar si fa prestare i soldi dalla figlia. Esemplare anche il momento in cui il protagonista porta l’allieva al festival di poesia, che non è narrativamente annunciato ma viene fatto intuire mostrando Yurlady in casa con un abito elegante, che contrasta con il tenore sociale basso della sua famiglia, per prepararsi a quella serata mondana. Si ha come la sensazione di una mdp che insegue, e rincorre affannosamente come un cronista, eventi che stiano avvenendo spontaneamente, non una messa in scena cinematografica. Un occhio impietoso che non si tira indietro rispetto alle visioni sgradevoli, nel mostrare le condizioni di vita umili della casa di Yurlady, una famiglia numerosa che vive promiscuamente in condizioni precarie e non proprio igieniche. Così è la scena di Oscar che dorme, a torso nudo, nel letto matrimoniale con la madre, oppure quella in cui il protagonista e il presidente dell’associazione di poeti si guardano i rispettivi peni all’orinatoio. Simón Mesa Soto non assolve né condanna il poeta, ma ne fa emergere la fragilità e la precarietà all’interno di un mondo ipocrita e ostile, lasciando lo spettatore senza alcun appiglio.

Giampiero Raganelli

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