Restare a galla
Madre di un bambino di otto anni, Clémence rivela all’ex marito di avere relazioni anche con donne. Una scelta che segna una frattura irreversibile: l’uomo le sottrae la custodia del figlio. Si innesca così una dura e faticosa battaglia che si rivela emotivamente estenuante. E dovrà aspettare 18 mesi dall’inizio del caso perché la perizia dello psichiatra – incaricato dal giudice di valutare ciascuna delle parti – stabilisca che “le relazioni omosessuali non possono essere considerate un segno di instabilità psicologica al giorno d’oggi“. Nel frattempo, Clémence fa del suo meglio per vivere la sua vita da donna, pur potendo vedere suo figlio solo per un’ora ogni 15 giorni in un’area incontri designata con la presenza di specialisti infantili. Ma c’è ancora una sentenza d’appello da affrontare, per non parlare della rabbia vile e insaziabile di un uomo che sta abusando del suo ruolo di padre. Un percorso doloroso e ostinato, in cui Clémence lotta per restare madre senza rinunciare alla propria libertà di essere donna.
Non capita spesso di incappare in storie come queste, perché è molto più frequente che accada il contrario. Questo però non significa che certe odissee non possano riguardare anche delle madri. La vicenda che ha come protagonista la Clémence di Love Me Tender ne è la dimostrazione. L’aspetto interessante della pellicola che Anna Cazenave Cambet ha liberamente tratto dal romanzo omonimo e autobiografico di Constance Debré, in uscita nelle sale italiane dal 23 aprile 2026 con Wanted Cinema dopo l’anteprima nella sezione Un Certain Regard del 78° Festival di Cannes, risiede proprio nel rovesciamento della dinamica più tradizionale in tema di affidamento di bambini. Nell’opera seconda della regista francese, già autrice dell’intenso coming-of-age De l’or pour les chiens, non è il padre, bensì la madre a ritrovarsi al centro di una feroce vendetta affettiva e ad essere ingiustamente messa da parte con la complicità delle imperfezioni di un brutale sistema legale.
La Cambet racconta tutto ciò portando sullo schermo una storia radicale e profondamente attuale di maternità, identità e libertà, mettendo in discussione i modelli tradizionali e interrogando lo spettatore sul confine tra responsabilità, desiderio e autodeterminazione. Lo fa con e attraverso uno sguardo asciutto e rigoroso, nel quale sono il silenzio, gli sguardi, il non detto e il non mostrato a dire più di qualsiasi parola o immagine. Love Me Tender si focalizza unicamente sulla prospettiva del personaggio principale, dando dunque centralità a Clémence e al suo calvario. Tutto emerge e filtra dal suo punto di vista ed è ciò a rendere l’opera diversa dalla letteratura sulla tematica in questione, vedi ad esempio Kramer contro Kramer o Storia di un matrimonio. Costruito attorno alla sua voce narrante che legge estratti dal romanzo, la narrazione ripercorre le fasi dell’odissea resiliente della protagonista seguendo una serie di ellissi che ci fanno scivolare di mese in mese, di udienza in udienza. Il tutto mentre le emozioni fluiscono a getto continuo in un sali e scendi di temperatura che tocca il picco massimo negli intensi e toccanti incontri al centro tra madre e figlio davanti alle psicologhe. Emozioni che l’autrice riesce a controllare e a veicolare senza farle mai deflagrare nel melodramma, complice, oltre all’approccio realistico della messa in quadro e della direzione attoriale, la potentissima performance davanti la macchina da presa di Vicky Krieps che con un ritratto stratificato e pieno di sfumature accompagna con grandissima partecipazione la trasformazione interiore della protagonista.
Francesco Del Grosso









