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Ghost School

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VOTO: 5,5

Presa di consapevolezza, tra spiriti e superstizioni

È particolarmente puntuale il tempismo con cui il 35° Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina — per gli amici FESCAAAL — ha portato Ghost School a Milano. Presentato nel Concorso Lungometraggi “Finestre sul mondo”, questo fugace racconto di formazione si inserisce in una conversazione più ampia con altri due titoli attualmente in programmazione nelle sale italiane — La torta del Presidente e L’isola dei ricordi — accomunati dalla scelta registica di abbassare l’altezza della cinepresa fino a calibrarsi su una prospettiva infantile, per ragionare su come la corruzione morale del mondo adulto remi attivamente contro il percorso di crescita dei più giovani, ma anche per crogiolarsi nella freschezza di una narrazione all’insegna della scoperta.
Un’idea di cinema che affonda le radici nell’eredità di Abbas Kiarostami, la cui spiccata sensibilità nei confronti della dimensione infantile — dimostrata soprattutto con il seminale Dov’è la casa del mio amico — continua ad influenzare la nuova generazione di cineasti. Un sottogenere che si plasma attorno a micro-conflitti ordinari destinati a innescare avventure dalla posta in gioco solo apparentemente trascurabile e che, pur avendo smarrito la sua originaria connotazione avanguardista, riecheggia ancora rumorosamente nell’attualità. Se in La torta del Presidente, ambientato nell’Iraq degli anni ’90, seguiamo la tragi-comica odissea di una bambina incaricata di reperire gli ingredienti per la torta di compleanno di Saddam Hussein, e ne L’isola dei ricordi ci confrontiamo niente meno che con l’ombra di Adolf Hitler, Ghost School si propone come il titolo più urgente del gruppo, se non altro per l’ambientazione contemporanea a servizio di una disamina sistemica più estesa, che trascende i deliri di un singolo dittatore.
Sfortunatamente, nonostante il prestigio conferito da un’anteprima al Toronto International Film Festival e il successivo passaggio alla Berlinale, la percezione effettiva è diametralmente opposta: Ghost School è, senza ombra di dubbio, il più dimenticabile del gruppo, ma questo non significa che non sia un titolo meritevole di venire discusso. Procediamo con ordine. Ghost School ci trasporta in un villaggio rurale del Pakistan, dove Rabia, una ragazzina di dieci anni particolarmente curiosa e affezionata all’apprendimento, scopre una mattina che la sua scuola — l’unica del villaggio — è stata improvvisamente chiusa poiché ritenuta “infestata”. L’unico maestro ancora in servizio è infatti costretto in casa dopo essere stato posseduto da un Jinn (entità soprannaturale della tradizione araba e islamica), proprio nel momento in cui la chiusura dell’istituto fa comodo ai piani alti della comunità (guarda caso!). Nonostante l’ingenuità propria della sua età, Rabia dimostra una lucidità sufficiente a mettere in discussione questa fantasiosa versione dei fatti, a cui tutti gli adulti sembrano invece credere senza battere ciglio, e decide quindi di mettere in pausa le commissioni affidatele dalla madre per indagare più a fondo. Inizia così una fiaba morale che porterà la bambina a confrontarsi con superstizione, corruzione e ingiustizie sociali: realtà che a sua insaputa dilagano nel villaggio, e che Rabia decide di approfondire andando dritta alla fonte del problema. Alla ricerca di adulti da interrogare, si recherà personalmente a casa del maestro, si presenterà faccia a faccia con i responsabili del villaggio e, soprattutto, coglierà l’occasione di fare domande scomode a chiunque incrocerà lungo questa sua scampagnata formativa. Tuttavia, laddove la prospettiva infantile dovrebbe predisporre il terreno alla genuina scoperta, viene invece sfruttata come un semplice dispositivo narrativo, finendo presto per rendere meccanico e prevedibile il ritmo. I limiti di questo debutto emergono soprattutto nel confronto diretto con i due titoli affini sopracitati: entrambi sono ancorati da protagonisti paradossalmente risoluti nella loro ingenuità, ma allo stesso tempo sfaccettati e credibili, capaci di attraversare trasformazioni emotivamente significative che trascendono i confini delle rispettive vicende.
In Ghost School, le conversazioni cardine si susseguono senza un reale accumulo drammaturgico, come tasselli indipendenti di un mosaico sbiadito, e sorge inoltre, in più di un’occasione, il dubbio che Rabia possa essere troppo giovane per interiorizzare con tale immediatezza le scoperte che compie nel corso di una singola giornata. È vero, il denominatore comune di questi piccoli protagonisti è sicuramente l’intraprendenza, ma la silenziosa perspicacia di Rabia appare come il frutto di un calcolato espediente, mirato a far avanzare gli eventi secondo una sequenza prestabilita, piuttosto che un tratto organico da contrapporre all’ingenuità che permea la sua indagine. Quella pensata da Seemab Gul è una narrazione priva di opposizioni — se non quella rappresentata dall’ottusità degli adulti — in cui l’imprinting socio-politico accelerato della sua piccola protagonista non è il risultato di uno stimolante crescendo, ma l’effetto di una progressione fin troppo calcolata, sterile e, infine, eccessivamente didascalica.
Occasione parzialmente sprecata anche l’elemento “infestante”, che introduce una flebile idea di realismo magico in una storia che necessiterebbe invece di consolidare la propria connessione con la realtà. Risulta particolarmente d’impatto, in un film altrimenti privo di virtuosismi formali capaci di scuotere nel profondo lo spettatore, l’esorcismo collettivo dell’istituto scolastico a carico dei ragazzi: un climax in bilico tra un immaginario soprannaturale inesplorato e una realtà di tensioni poco strutturate che, invece di rappresentare un punto di rottura definitivo (o in alternativa una rivelazione mistica), si configura come un picco isolato.
Tutto sommato, Ghost School resta un’avventura meditativa dal ritmo piacevole, sporadicamente avvincente grazie ad alcuni scambi ispirati, ma infine incapace di lasciare il segno. Un limite che si può parzialmente perdonare a una regista alle prime esperienze; dopotutto, è estremamente complesso infondere di significato conversazioni ordinarie e dettagli minori. Sarà interessante osservare come questa regista proseguirà il suo percorso, dato il successo che sta riscontrando nell’ambito festivaliero: al di là del pedigree di questo suo debutto, il suo primo cortometraggio, Sandstorm, è stato presentato alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2021 e successivamente al Sundance Film Festival. Attualmente è già al lavoro su due nuovi lungometraggi, supportata da realtà produttive importanti, e le basi per consolidare la sua voce sono solide.

Alessio Vinciguerra

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