Hell or High Water

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Profondo Texas

Certi luoghi il cinema americano se li porta dentro sin dalla nascita. Il Texas descritto e raccontato in Hell or High Water, lungometraggio inserito nella sezione speciale denominata Tutti ne parlano alla Festa del Cinema di Roma 2016, ad esempio funge infatti da personaggio aggiunto, ad osservare ed in certo qual modo “dominare” le gesta criminose compiute da piccoli esseri umani in questo riuscito mix di generi. Uno sterminato stato americano frammentato in piccole cittadine dove imperano il senso di vuoto, le armi e l’ossessione per il denaro, da parte di chi ce l’ha ma soprattutto di chi ne è sprovvisto. Nel contesto del film diretto con buona padronanza dal redivivo David Mackenzie – del quale regista britannico Young Adam del 2003 resta l’opera migliore tra quelle che hanno goduto di distribuzione italiana – si stagliano le figure dei fratelli Howard, dai caratteri opposti ma complementari: Toby (Chris Pine, efficace in un ruolo finalmente non stereotipato), più riflessivo ma deciso ad estinguere a tutti i costi l’ipoteca che grava sul terreno di famiglia; Tanner (un professionale Ben Foster), appena uscito di prigione, testa calda ma disposto a qualsiasi cosa per aiutare il fratello. L’unica soluzione, nella disastrata zona colpita da una palpabile crisi economica, è quella di rapinare filiali di banche prelevando ogni volta somme di denaro non ingenti e perciò difficilmente rintracciabili. Dopo i primi colpi si mette sulle loro tracce una coppia di ranger, guidata dallo sceriffo Marcus Hamilton (un Jeff Bridges dall’aura mitica), giunto ad un passo dalla pensione.
Hell or High Water dichiara le proprie intenzioni sin dal titolo. Un noir senza vincitori e, soprattutto, senza redenzione, poiché ogni personaggio si muove sul confine assai sottile della sopravvivenza, fattore che lo rende alieno a qualsiasi possibilità di giudizio aprioristico. Uno dei grandi meriti dell’ottima sceneggiatura scritta da Taylor Sheridan – suo lo script del bellissimo Sicario (2015) di Denis Villeneuve; e le assonanze ci sono eccome, se non altro nell’eccezionale capacità descrittiva delle varie location di frontiera utilizzate – è infatti quella di non separare in modo manicheo i cattivi dai buoni. Anzi, di ogni personaggio, sia di primo che di secondo piano nella trama, è assai ben chiara la motivazione interiore che lo porta a compiere determinate azioni. Questo punto di partenza conduce il film verso gli alti territori di genere più consoni all’ambientazione, facendo defluire spontaneamente il noir senza speranze nel teso corpo a corpo del più classico dei western moderni. E non è affatto una contraddizione in termini abbinare la classicità del genere più americano esistente alla complessità estrema della realtà contemporanea. Pur essendo abbastanza palese il debito nei confronti del cinema del recentemente scomparso Michael Cimino (e la presenza di Jeff Bridges, protagonista assieme a Clint Eastwood del suo esordio Una calibro 20 per lo specialista, nel lontano 1974, appare tutt’altro che casuale), autore seminale come pochi altri, al film di Mackenzie va senz’altro riconosciuto il merito di un intelligente aggiornamento; mentre allora era la rapacità umana dei singoli individui a decretare l’amara conclusione, ora tale istanza si è, per così dire, “istituzionalizzata” nelle figure retoriche di banche osservate alle stregua di veri e propri usurai legalizzati e società trivellatrici alla bramosa ricerca di gas e petrolio. Cioè gli unici vincitori di una contesa impossibile da combattere per chiunque, con echi addirittura commoventi, nella nobiltà della loro sconfitta, nella sporadica rappresentazione di nativi che un tempo regnavano su quei territori ed ora sono ridotti nient’altro che a maschere di un glorioso passato.
Hell or High Water – come dire simbolicamente o bruci all’inferno oppure affoghi in mare aperto – è un saporoso, spietato, ritratto di un particolare momento storico, di quelli che tra vent’anni si studieranno con antropologica attenzione per provare a comprendere quello che si definirà un lungo periodo di transizione. Al cui approdo finale risulta davvero impossibile guardare con il benché minimo ottimismo.

Daniele De Angelis

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