Verso il Sole: il viaggio di Michael Cimino

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Alla fine della notte

Scrivere della scomparsa biologica di Michael Cimino, settantasette anni di età, lascia una strana sensazione di indeterminatezza, oltre che un senso di vuoto. Forse perché il termine della sua parabola artistica era già avvenuto molti anni fa, a causa della sua incredibile hybris che lo posizionò in inevitabile rotta di collisione con il sistema hollywoodiano, del cui denaro Cimino non poteva fare assolutamente a meno per soddisfare il proprio “gigantismo” cinematografico. Ma è proprio grazie a tutto ciò che abbiamo avuto in regalo, noi semplici cinefili, capolavori assoluti come Il cacciatore (1978) e I cancelli del cielo (1980). Opere che hanno contribuito in maniera determinante ad allargare gli orizzonti cinematografici sia di coloro che si avvicinavano al mondo della Settima Arte in quegli anni e oltre che degli altri autori in formazione in quel periodo o successivamente.
Del resto, che Michael Cimino fosse un cineasta dotato di talento e personalità fuori dal comune lo si era facilmente intuito sin dall’esordio, quel Una calibro 20 per lo specialista (1974) girato a trentacinque anni coinvolgendo subito una personalità di spessore come Clint Eastwood – per il quale aveva scritto in precedenza, assieme ad un “fratello di latte” come John Milius, Una 44 magnum per l’ispettore Callaghan (1973) di Ted Post – nella parte principale. Un film di genere (noir) che tracimava dalle primissime battute in una storia di amicizia ruvida e articolata, un rapporto simbolicamente paterno e filiale talmente imbevuto dell’impietosa realtà di un mondo criminale fedele specchio del reale da non prevedere alcuna possibilità né di lieto fine né di redenzione. Si era trattato – e ancora non si sapeva in quale misura – del benvenuto ufficiale nell’universo di un autore la cui visione sullo stato delle cose non avrebbe mai potuto fare assegnamento sulle mediazioni nei confronti del pubblico  – e dei conseguenti incassi – così tipiche del mondo del cinema.
Il resto è storia. Anzi leggenda. Ne Il cacciatore (The Deer Hunter) Cimino affronta i fantasmi del Vietnam da una prospettiva postuma del tutto agli antipodi rispetto all’esaltazione bellica di pellicole di propaganda tipo Berretti verdi. Per la prima volta. Fioccano gli Oscar, per il film, la regia e le interpretazioni di De Niro, Streep, Walken. I cadaveri dei giovani americani nel sud-est asiatico sono ancora metaforicamente caldi e Il cacciatore si interroga sulla necessità di un conflitto così ottusamente inspiegabile anche per i più coinvolti nelle cause guerrafondaie. Ponendo domande che non prevedono risposte scontate. Anzi, non ne prevedono affatto. Eppure Hollywood, abituata a privilegiare altro, non può esimersi dal riconoscere il valore di un’opera dalla grandezza tutt’ora – a quasi quarant’anni dalla sua realizzazione – incommensurabile.
La “vendetta” del sistema arriva puntuale due anni dopo, quando a Cimino, un nome ormai in grado di pretendere l’apertura di qualsiasi porta, viene messo in mano un budget di caratura molto consistente al fine di realizzare il film definitivo sull’epopea western americana: I cancelli del cielo (traduzione quasi letterale del mirabolante Heaven’s Gate). La storia della lavorazione racconta di spese fuori controllo, set continuamente distrutti e ricostruiti, riprese ripetute per un numero illimitato di volte tanto da sforare qualsiasi previsione sui tempi di ultimazione del film. La United Artists, celeberrima casa di produzione fondata nel 1919 da quattro titani rispondenti al nome di Charles Chaplin, Douglas Fairbanks, Mary Pickford e D.W. Griffith, crollò sotto il peso dell’opera. La quale resta comunque, per coloro che hanno avuto la possibilità di vederla in versione integrale, un’esperienza addirittura mistica sulla fase di passaggio di un’epoca all’altra, sul fatidico momento in cui l’America perse definitivamente quel residuo di innocenza rimastagli per divenire la spietata macchina capitalistica che rimane tutt’oggi.
Da quel momento in poi, per triste ma forse inevitabile contrappasso, i sogni cinematografici di Michael Cimino vengono imbrigliati dalle varie produzioni di turno in lungometraggi a costo relativamente contenuto, dal’esito il più delle volte imperfetto ma ricco di clamorose pennellate d’autore. Ci riferiamo ovviamente a L’anno del dragone (1985), a Il siciliano (1987) nonché a Ore disperate (1990), tutte contaminazioni di genere western (fedeltà al vecchio amore…) di opere rispettivamente gangsteristiche, incentrate su fantasiosi biopic (Salvatore Giuliano) o remake adeguati ai tempi dell’epoca. Una carriera di soli sette lungometraggi firmati come regista, eppure inimitabile, si chiude in pratica con il “piccolo” Verso il sole (The Sunchaser, 1996), primo ed unico film intimo e personale nella narrazione realizzato da Michael Cimino, eppure capace di riassumerne in pieno una poetica esistenziale fatta di desideri manifesti ma irraggiungibili a causa dell’imperfezione congenita a cui è condannato il personaggio centrale di ogni sua opera, cioè l’essere umano irrimediabilmente sospeso tra epica e bassezza.
Con Michael Cimino non se ne va solo un autore dalla portata straordinaria e tuttora da definire; soprattutto scompare un modo di pensare e fare cinema che appartiene ad una generazione – quella anche di Francis Ford Coppola, tanto per fare un altro nome – capace persino di piegare a piacimento il concetto di logica, per vedere materializzarsi le proprie visioni di celluloide.
Tempi passati che tutti noi, adesso o tra qualche tempo, quando prenderemo piena coscienza della situazione, rimpiangeremo a calde lacrime.

Daniele De Angelis

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