Sing Street

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Una band per crescere e sognare

Cosa fare a Dublino nel 1985 se si è adolescenti, con pochi soldi (ovviamente di famiglia) e ancora privi di una bussola orientativa per muoversi nella vita? Una “stella polare” in grado di indicare la via potrebbe essere la musica, come già accaduto molti anni orsono in un film altrettanto dublinese come The Commitments (1991) di Alan Parker. Sarebbe però riduttivo accollare a Sing Street di John Carney, all’arrivo in sala dopo la presentazione alla Festa del Cinema di Roma 2016, l’appellativo di film semplicemente musicale: si tratta infatti di un’opera che, sotto la superficie godibilmente amena di coming of age attraverso il quale è facilissimo immedesimarsi, racconta della forza pedagogica della musica stessa, soprattutto quando vissuta in maniera attiva, provando a carpirne i significati più reconditi andando oltre il suo semplice ascolto. E infatti è esattamente quello che fa l’irrequieto quindicenne Conor, costretto dai genitori sulla via del divorzio a trasferirsi da una scuola privata ad un curioso istituto a sovranità religiosa dove tutto è ammesso (bullismo, botte, fumo) tranne che calzare scarpe di colore non nero e magari truccarsi il viso per definire meglio il proprio look. Unica via di fuga, anche per far colpo su Raphina, bella ragazza della zona, per Conor è mettere su una band che segua la scia del pop in voga all’epoca, cioè Duran Duran, The Cure, Spandau Ballet, Depeche Mode e compagnia, per l’occasione saggiamente inseriti dal regista John Carney in un contesto che esula dalla loro dimensione puramente commerciale per approdare a chiavi di lettura ben più profonde della loro arte. Così Sing Street – dal nome della band che modifica a proprio piacimento quello della scuola, come da insegnamenti del classico teen movie alla John Hughes luogo d’elezione dove scaturisce il tutto – diviene una sorta di School of Rock (ricordate il cult di Richard Linklater?) per una generazione di età superiore, con un pigmalione molto più appartato rispetto al trascinante finto insegnante Jack Black – in Sing Street il ruolo spetta al fratello maggiore di Conor, Brendan – ma con i medesimi risvolti morali sul percorso di crescita sia interiore che esteriore.
Così, al terzo tentativo tra i suoi film che hanno goduto di distribuzione italiana, dopo il godibile ma esile Once (2007) ed il più commerciale Tutto può cambiare (2013), il nativo di Dublino (qualche retrogusto di vita vissuta? Del resto l’insieme è talmente spontaneo che qualche benefico dubbio sovviene…) John Carney centra finalmente il suo film più compiuto sui poteri taumaturgici della musica: nonostante qualche strizzatina d’occhio di troppo al pubblico, soprattutto nelle reiterate parentesi sentimentali e in un finale sin troppo in cavalleria, Sing Street resta un amabile lungometraggio incentrato sull’incontenibilità della gioventù, messa in scena di una voglia di vivere capace di trovare un qualsiasi sbocco per manifestarsi in tutta la sua giovanile irruenza. Prendendosi alla fine tutte le rivincite possibili su un universo adulto concentrato o a contemplare l’ombelico dei propri problemi oppure impegnato a mostrare sterili prove di forza per ribadire un’autorità destinata inesorabilmente a sfuggirgli di mano. Un gustoso piatto arricchito da interpretazioni tanto fresche quanto convincenti – la coppia sentimentale Ferdia Walsh-Peelo (Conor)/ Lucy Boynton (Raphina) su tutti – e soprattutto da tante canzoni ben lontane dall’essere definite semplici mezzi ludici di espressione. In Sing Street, senza nemmeno dover andare troppo in profondità alla ricerca del fatidico “messaggio”, si tratta davvero di ben altro…

Daniele De Angelis

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