Sicario

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8.0 Awesome
  • voto 8

Zona di guerra

Quello che, almeno dalle premesse, poteva sembrare una sorta di “cedimento” da parte di Denis Villeneuve alle logiche di un cinema maggiormente commerciale, si è in realtà rivelato l’ulteriore tassello di una filmografia ricca, articolata e soprattutto coerente nei suoi più reconditi contenuti. Anche in Sicario – peraltro opera in grado di spiazzare anche il critico più edotto: è un thriller, un action, un noir oppure un film bellico? Forse nemmeno queste definizioni bastano… – ci sono gli interrogativi, forti e pregnanti, ma risultano assenti le risposte; procedimento esattamente contrario a quello che farebbe un qualsiasi film hollywoodiano. In fondo ogni lungometraggio dell’autore canadese, a maggior ragione quelli noti al pubblico italiano come La donna che canta (2010) e Prisoners (2013), poggia su un quesito assieme di una semplicità cristallina e di una complessità insondabile: l’impossibilità di comprendere sino in fondo cosa sia giusto e cosa, viceversa, sia sbagliato. Il senso etico è un “animale” già estinto. La protagonista femminile di Sicario Kate Macer (una meravigliosa Emily Blunt, mirabile nel lasciare trasparire vulnerabilità dietro la corazza), agente C.I.A. esperta di lavori sporchi come il recupero di ostaggi, sembra averne. Fino a quando, sin dalla primissima sequenza shock, s’imbatte in un’operazione che nasconde molto altro. Un orrore in terra con cui forse non avrebbe mai pensato di scontrarsi. Le alte leve del Potere statunitense la cooptano per un’altra missione consequenziale, che nasconde molti segreti oscuri, stimolando ad arte il suo desiderio di giustizia. Da quel momento Kate, che ancora non lo sa, ha già smarrito la propria verginità morale.
La regia di Villeneuve è abilissima nel far confluire la finzione – comunque del tutto verosimile – in una sorta di docudrama, pur senza raggiungere la perfezione sperimentale del magnifico Zero Dark Thirty (2012) di Kathryn Bigelow. Come nel film appena citato assistiamo ad una guerra – lì al terrorismo di Al Qaeda con la caccia senza quartiere a Osama Bin Laden, in Sicario al narcotraffico messicano – dall’inconsueto punto di vista femminile, fatto che dona ancora maggior forza alla rappresentazione di un caos dove i colpevoli sono pochissimi e le vittime, perlopiù ignare, assolutamente troppe. E non a caso la sceneggiatura di Sicario dedica un segmento narrativo a parte ad una di esse, un poliziotto messicano destinato a trovarsi nel posto sbagliato nel momento ancora più sbagliato. Nel nome di un cinema, almeno quello, che ancora prevede la pietas come elemento portante. La meravigliosa fotografia del “coeniano” Roger Deakins, infatti, accende la luce sull’inferno presente: corruzione che impera, droga che dilaga, popoli che fuggono da qualcosa che sanno sarà sempre alle loro calcagna. Il confine tra Stati Uniti e Messico, nella visione di Villeneuve, diventa simbolo di qualcosa di ben più ampio. Un cancro che va estendendosi, chiamato accumulo di potere con annessa strumentalizzazione di ogni essere umano. Ovvio allora che pure la cosiddetta giustizia sia animata da cinismo e sete di vendetta. Perciò da thriller d’azione, passando per film bellico (c’è una magnifica sequenza di agenti abbigliati come soldati, in cerca di un tunnel al tramonto, che ricorda esplicitamente la fine di Full Metal Jacket di Stanley Kubrick), Sicario diventa nel finale un logico revenge-movie in cui la battaglia globale viene ridotta al rango personale delle umane bassezze.
Probabilmente è questa la parte più debole del film, quella in cui il personaggio ambiguo interpretato da Benicio Del Toro si guadagna il proscenio e chiarisce i propri obiettivi. Afflitta da qualche didascalismo di troppo e da dialoghi non sempre privi di una dose di retorica eccessiva, ambisce a decretare il punto di una situazione in ormai irreversibile decomposizione. Sarebbe tuttavia un peccato mortale sottostimare per questi motivi un’opera che può lasciare sì interdetti, ma solamente per la potenza, insolitamente estrema sia dal punto di vista formale che del contenuto, con la quale affronta la tragedia di un mondo che ci stiamo tuttora, con riprovevole irresponsabilità, costruendo attorno. A qualsiasi latitudine.

Daniele De Angelis

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