Festival di Roma 2014: un’opinione

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I nodi da sciogliere

Anche la nona edizione del Festival Internazionale del Film di Roma è in archivio. Tuttavia gli equivoci irrisolti restano molti e pressanti. Alla scadenza del suo mandato triennale Marco Müller ha ufficializzato l’addio alla carica di direttore artistico dell’evento capitolino. Forse si trattava davvero di una “mission impossible”, visti i tanti, troppi, padroni e padrini politici e non del Festival; e tuttavia nemmeno lui è riuscito a fornire un’identità precisa alla manifestazione: Festival o Festa? La prima possibilità ci conduce direttamente ad un’altra domanda, peraltro ripetutamente posta anche in passato. C’è davvero bisogno di un altro appuntamento cinefilo in Italia, dopo i più “antichi” festival di Venezia e Torino? Il primo impulso sarebbe quello di rispondere negativamente. In primo luogo perché, assodata la vicinanza inevitabile (?) delle date, è assolutamente conclamata la difficoltà di avere un buon programma in cartellone. Quest’anno solo un grande film – Angels of Revolution di Aleksei Fedorchenko – accompagnato da una pletora di buone pellicole senza soverchi picchi. Müller ha ovviamente tessuto, in tanti anni di carriera, svariate conoscenze nel mondo artistico: ci sono perciò alcuni autori che gli affidano i loro lavori per stima e gratitudine, ad esempio lo stesso Fedorchenko – selezionato in tempi non sospetti con Silent Souls alla Mostra di Venezia edizione 2010 dall’allora direttore Marco Müller – e il prolifico Takashi Miike, che a Roma a portato una delle sue opere più divertenti e caustiche dell’ultima parte della propria sterminata filmografia, As the Gods Will, per fiducia illimitata nello stesso Muller. Sono solo un paio di esempi, ma cosa accadrà l’anno prossimo in assenza di Müller? A prescindere dal nome del nuovo direttore – circola il nome, degnissimo e stimolante, di Carlo Freccero – un ulteriore peggioramento qualitativo sembra davvero dietro il classico angolo.
Seconda ipotesi: Festa. Ovvero un happening dedicato esclusivamente al pubblico, ad ogni tipo di pubblico, grazie a grossi e stimolanti nomi in cartellone. Ma i fondi per attirare blockbuster e grandi o comunque significativi autori più o meno popolari presso l’audience ci sono veramente? Qualche dubbio cova, sotto la mole di denaro investita in ogni edizione. E non sempre con acume. Il modello della kermesse londinese resta purtroppo un’utopia lontana, con un’intera metropoli a vivere una full immersion cinematografica senza quasi eguali. Chissà se Roma riuscirebbe ad avvicinarsi a tale risultato, se solamente lo volesse… Mentre la terza ipotesi, quella di compromesso tra le due, messa in atto proprio nel triennio della gestione Müller, non ha convinto affatto innanzitutto per la disomogeneità delle proposte, troppo a compartimenti stagni. Tralasciando un film come Gone Girl – opera in grado di mettere d’accordo pubblico e critica: ma Fincher è Fincher… – gli spettatori di #ScrivimiAncora e Biagio, tanto per citare un paio di titoli, si sono incrociati solo fisicamente dalle parti dell’Auditorium, senza la minima possibilità di incontro. Del resto non c’è stata alcuna stimolazione affinché ciò avvenisse. Va bene che le strutture dell’Auditorium stesso restano profondamente inadeguate e a forte e continuo rischio implosione. Ma perché non organizzare una proiezione del suddetto, importante, Biagio – collocato nella sezione “Cinema d’Oggi” – anche per i ragazzi che hanno affollato “Alice nella Città“? Ecco, forse sarebbe il caso di abbattere tali barriere e affidare alla scelta del singolo individuo (adolescente o adulto, accreditato o pubblico pagante) la visione. Questo non sempre è accaduto perché molte delle proiezioni più attese sono andate esaurite in quanto a biglietti venduti; pensiamo al divertente Fino a qui tutto bene di Roan Johnson, pellicola che non hanno visto in moltissimi. Insomma, una migliore programmazione avrebbe certo giovato (quale motivo ha spinto a collocare nella non troppo capiente sala Petrassi le due proiezioni per il pubblico di Gone Girl?) ma un allargamento ad altre strutture itineranti nella Capitale ci pare ormai questione assolutamente indifferibile. Questo se si vuole creare una manifestazione – e la cosa si era intravista nelle primissime edizioni – a totale servizio del pubblico e non fare del Festival Internazionale del Film di Roma l’ennesima mucca da mungere finché il latte non si esaurisca. Purtroppo il sospetto per questa seconda ipotesi, conoscendo usi e costumi italici, resta discretamente forte…

Daniele De Angelis

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