Biagio

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Abbracciando Dio

Il nome di Biagio Conte non dirà nulla alla maggior parte delle persone. C’è da sperare divenga più noto una volta reso visibile in sala Biagio, film presentato in anteprima nella sezione “Cinema d’Oggi” del Festival Internazionale del Film di Roma. Del resto il suo regista, Pasquale Scimeca, è un cineasta che ama le sfide, talvolta sin troppo rischiose. Raccontare ad esempio personaggi dal valore etico e simbolico fuori dal tempo come il sindacalista Placido Rizzotto nel film omonimo (2000), probabilmente l’opera che ha meglio condensato l’idea di cinema dell’autore siciliano.
Anche Biagio si pone da subito su territori atemporali, pur raccontando il vero percorso esistenziale di un contemporaneo. Un lungometraggio denso di spiritualità e così controcorrente da sembrare addirittura anacronistico – se non fosse per l’allineamento ideale con il pensiero di Papa Francesco – in tempi dove la crisi economica morde gli animi della gente e conduce a scelte anche estreme per l’impossibilità di ritrovare il benessere perduto. Al contrario, proprio da quel benessere borghese Biagio fugge. Si ritira sulle montagne prospicienti Palermo per ritrovare prima se stesso, poi avvicinarsi a Dio. Una strada che sente di dover compiere per realizzare qualcosa nella vita. Scimeca filma la prima parte – quella del “ritiro” – con sensibile sguardo veristico. Il contatto con la natura è aspro ma appagante. D’inverno si rischia l’assideramento ma Biagio ha fatto amicizia con una coppia di pastori, padre e figlio, che lo salvano quando tutto pare perduto. Un altro segno, forse, della contiguità con Dio. Biagio parla con un cane che salva dalla morte e che diventa suo fedele compagno di strada. Le similitudini con San Francesco potrebbero far sorridere una platea smaliziata. Ma la preziosa regia di Scimeca riesce nel miracolo di non far sembrare il tutto uno spot per l’adesione al cristianesimo. Biagio – inteso come film – appare come un’esperienza semplice e allo stesso tempo totalizzante, sposando in pieno lo sguardo puro e innocente del personaggio del titolo. Si può dolcemente sorridere sull’improbabilità di certe situazioni e la tenerezza quasi infantile di certi monologhi di Biagio; ma sempre con il rispetto che si deve ad una persona che ha scelto una strada alla fine della quale lo attende un obiettivo, uno scopo ben preciso.
Gli occhi di Biagio sulla realtà che lo circonda cambiano dopo il suo arrivo ad Assisi, dopo lungo peregrinare e incontri sia positivi che negativi, ma sempre illuminanti. Nella basilica intitolata ovviamente a San Francesco, Biagio raggiunge la sua verità, la propria estasi mistica. La certezza di voler fare ciò che poi metterà in atto. La macchina da presa di Scimeca usa lenti deformanti per inquadrare poveri e reietti vari, quella parte della società – in Italia e nel mondo intero – che avrebbe bisogno di una mano tesa. Biagio Conte vi si dedica con gioia ed entusiasmo. La sua missione era sempre stata questa: conoscere se stesso, avvicinarsi a Dio per poi dedicarsi agli altri. Forse il cammino ideale di chi nutre una fede religiosa assoluta. Ma Biagio film, osservato in questa prospettiva, diventa documento importante anche per i non credenti. Come testimoniano prologo ed epilogo – unici segmenti in cui forse Scimeca eccede nella veicolazione esplicita di un messaggio – dove un anziano regista in odor di bilanci fallimentari della propria carriera, si avvicina alla figura di Biagio Conte per saperne di più, rimanendone conquistato. Troppo facile sovrapporre la figura di Giovanni (il regista nella finzione) a quella di Scimeca stesso, ateo affascinato dalla vicenda umana che sta raccontando. E sottolineare così la necessità di fare certo cinema. Ma è solo un piccolo cono d’ombra in un film che conquista anche con la forza del cinema, non solo per l’esemplarità della parabola di Biagio Conte. Ed è impossibile non dedicare un plauso incondizionato a Marcello Mazzarella – collaboratore di vecchia data di Scimeca, con cui aveva lavorato da protagonista anche in Placido Rizzotto e in occasione di Biagio anche autore del soggetto – attore capace di formidabile mimetizzazione nonché adesione emotiva nell’interpretazione di Biagio Conte.
Anche grazie alla sua performance Biagio è un film al quale si deve augurare un pertugio qualsiasi per arrivare al pubblico. Parimenti, senza voler essere blasfemi, alla strada intrapresa da Biagio Conte nell’avvicinamento a Dio. Anche al nostro cinema servirebbe qualche piccolo/grande miracolo, ogni tanto…

Daniele De Angelis

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