Intervista ai registi di The Seoul Guardians
Un autentico caso al Far East Film Festival 2026 è stato The Seoul Guardians dei coreani Cho Chul-young, Kim Jong-woo e Kim Shin-wan. Non soltanto per i numerosi riconoscimenti ottenuti a Udine, che vale comunque la pena di riepilogare: Black Mulberry – Black Dragon Audience Award a pari merito con Fujiko del giapponese Kimura Taichi; Silver Mulberry – Audience Mulberry Awards, virtuale secondo posto del Premio del Pubblico; Menzione Speciale del White Mulberry Award for First Time Director, allorché Miglior Opera Prima è risultata invece quella diretta da un altro coreano, Unidentified Murder di Kwok Ka-hei e Jack Lee. Menzioni o premi cui se ne potrebbero aggiungere altri, se si considera che proprio mentre eravamo in Friuli ci giungeva notizia di ulteriori successi di critica e pubblico, ad esempio l’Hot Docs Bill Nemtin Award for Best Social Impact Documentary in Canada.
Ma soprattutto The Seoul Guardians ha fatto tanto scalpore al Far East Film Festival 2026 perché questa accoglienza è stata riservata a un documentario, documentario capace peraltro di dimostrare come un’inchiesta giornalistica ben condotta e la difesa dei valori democratici possano convergere, se supportate da un coordinamento valido tra gli autori e da proficue sessioni di montaggio, su un prodotto assai centrato anche sotto il profilo del linguaggio cinematografico. A noi di CineClandestino è subito venuta voglia di approfondire questi aspetti. Così, grazie anche alla generosa mediazione di Maria A. Ruggieri e della Asian Shadows, abbiamo stabilito una sorta di “ponte” con la Corea del Sud che ha portato alla realizzazione di questa intervista.
D: Un documentario potente, simile a un’inchiesta giornalistica sul campo, che documenta uno scenario potenzialmente molto pericoloso. Quanto è stato difficile filmare nel bel mezzo di una situazione così esplosiva?
Cho Chul-young, Kim Jong-woo e Kim Shin-wan: Visto che ci siamo mossi subito dopo la dichiarazione della legge marziale da parte del Presidente, sarebbe difficile affermare che fossimo una squadra completamente preparata. Avevamo due videocamere da 6 mm e non le abbiamo quasi mai spente. Usavamo anche gli smartphone. La polizia aveva già iniziato a controllare gli accessi, ma c’è stato un brevissimo momento di confusione nella catena di comando e siamo stati trascinati dalla folla mentre continuavamo a filmare, prendendo decisioni in una frazione di secondo mentre correvamo e ci facevamo largo tra gli scontri fisici. In una situazione del genere, dovevamo simultaneamente valutare cosa fosse necessario filmare, dove si trovassero i membri della nostra squadra e cosa sarebbe potuto accadere dopo. Non si trattava del processo di un reportage controllato in cui le nostre identità di giornalisti vengono formalmente riconosciute e i limiti delle riprese stabiliti di comune accordo. Dovevamo costantemente considerare che anche noi avremmo potuto trovarci in grave pericolo fisico e valutare continuamente quale livello di intervento fosse appropriato. La nostra conclusione è stata che non potevamo permetterci di perdere nemmeno un istante di ciò che stava accadendo; che quando le persone ci dicevano di non filmare o di allontanarci, spesso era impossibile obbedire; Ci siamo trovati costretti ad agire con maggiore aggressività e talvolta a farci strada col fisico, pur cercando di garantire la nostra incolumità.
Allo stesso tempo, a differenza dei creatori di contenuti su YouTube, eravamo restii a esprimere apertamente le nostre opinioni. Eravamo stati profondamente educati ai principi di neutralità dei valori tipica dei media tradizionali. Quindi abbiamo continuato a cercare di verificare, attraverso conversazioni con gli assistenti dell’Assemblea Nazionale che gestivano la situazione sul campo, cosa ci fosse di costituzionalmente sbagliato nelle azioni del Presidente in quel momento. Ma una volta che i militari sono entrati nell’edificio, la situazione è precipitata nel caos più totale. Alla fine, abbiamo sentito di non avere altra scelta che gettarci in ogni scontro, confidando che la presenza di giornalisti e produttori televisivi con le loro telecamere potesse almeno impedire che la situazione degenerasse ulteriormente.
D: Quanto tempo ha preso il montaggio e quanto ci è voluto per completarlo? È il cuore della narrazione, perché riesce a esprimerla in tempo reale fornendo allo stesso tempo informazioni di base, chiarimenti sulle origini del problema e collegamenti con ciò che era precedentemente accaduto in Corea.
Cho Chul-young, Kim Jong-woo e Kim Shin-wan: La così intensa fase di montaggio è durata circa quattro mesi. In termini di tempo, è piuttosto breve. Ma i documentaristi televisivi sono abituati a lavorare in condizioni molto impegnative. Allo stesso tempo, siamo giornalisti. Siamo addestrati a concentrarci sui fatti e su ciò che è realmente accaduto sul luogo. Una parte importante del giornalismo è imparare a mettere da parte le ipotesi iniziali e avvicinarsi alla verità. Abbiamo passato parecchio tempo a rivedere le riprese più e più volte, cercando di ricostruire lo svolgersi di quella notte. Dopodiché, abbiamo avuto molte discussioni su cosa fosse realmente successo. Abbiamo analizzato attentamente ciò che accadeva all’interno dell’Assemblea Nazionale, come le persone ricordavano Gwangju e come quei ricordi avessero influenzato le loro azioni durante quella notte.
In un certo senso, non credo che abbiamo creato la storia. È stato piuttosto un processo in cui abbiamo lasciato che i fatti parlassero da soli. Credo che sia da lì che nascono le emozioni più forti. Un buon montaggio richiede più della semplice abilità tecnica. Richiede anche un punto di vista chiaro. Una volta che si sa come si vuole rappresentare un evento, diverse decisioni di montaggio diventano molto più semplici.
D: A vostro parere, quanto la situazione è stata realmente vicina a un punto di non ritorno? Mentre filmavate, pensavate che col ritorno della legge marziale un “golpe” presidenziale rappresentasse una possibilità concreta, oppure avevate fiducia (o semplicemente speranza) nella volontà dei politici e del popolo di difendere la democrazia?
Cho Chul-young, Kim Jong-woo e Kim Shin-wan: Sebbene il tentativo del presidente fosse di per sé assurdo, la politica sudcoreana si era così profondamente polarizzata – quasi perfettamente divisa a metà – e il livello di odio reciproco tra i cittadini era così estremo da farci credere che la situazione si potesse ancora evolvere verso qualche altra grave conseguenza, diversa dal passato ma altrettanto pericolosa. In altre parole, più che un semplice caso di oppressione governativa, temevamo uno scenario simile a una sorta di conflitto civile: gruppi estremisti che si scontrano o commettono atti di violenza, il che avrebbe poi potuto fornire al governo una giustificazione per intervenire “inevitabilmente” e limitare intanto la libertà di stampa.
Durante le riprese, una delle nostre maggiori preoccupazioni era che se i cittadini – o anche alcuni degli YouTuber presenti – si fossero agitati eccessivamente e avessero agito violentemente contro i soldati, questi avrebbero potuto rispondere per le rime. Eravamo profondamente preoccupati che anche un solo incidente del genere potesse innescare conseguenze irreversibili.
L’eventualità più pericolosa, a nostro avviso, era il piano di interrompere l’erogazione di elettricità e acqua all’edificio, che in seguito si scoprì essere stato effettivamente preso in considerazione. Se l’edificio dell’Assemblea Nazionale fosse piombato nell’oscurità a causa di un’interruzione di corrente, sarebbe stato molto più facile per il Presidente arrestare i politici dell’opposizione, e il processo stesso avrebbe potuto portare a scontri ancora più pericolosi tra i presenti all’Assemblea e i soldati.
D: Esistono molti filmati d’archivio e persino alcune opere di finzione sui tragici eventi del 1980, perciò come avete scelto le immagini che rievocano il massacro di Gwangju nel vostro film?
Cho Chul-young, Kim Jong-woo e Kim Shin-wan: Dopo numerose discussioni, continuavamo a chiederci come avremmo potuto utilizzare i filmati d’archivio del massacro di Gwangju senza trattarli semplicemente come materiale storico o come immagini di sfondo illustrative. Ciò che caratterizza l’uso degli archivi di Gwangju in questo film, credo, è che il flusso del tempo e dell’energia nel presente – mentre le persone cercano di impedire l’occupazione dell’Assemblea Nazionale da parte del presidente – entra direttamente in risonanza con gli eventi di Gwangju del 1980 e li rispecchia. Per raggiungere questo obiettivo, avevamo innanzitutto bisogno di comprendere l’intero processo in modo molto più dettagliato e di coglierlo come una storia viva piuttosto che come una storia simbolica.
Grazie alla collaborazione con un altro produttore di documentari, ci sono volute quasi tre settimane per identificare con precisione il momento, il luogo e il contesto dei filmati d’archivio. Anche le opere di finzione sul massacro di Gwangju, insieme alle ricerche relative a tali opere, si sono rivelate utili. Più di ogni altra cosa, sentivamo che nella memoria e nell’inconscio collettivo del popolo coreano permaneva la presenza di coloro che erano morti difendendo la democrazia a Gwangju, e che questa forza era ancora attiva nella notte del 3 dicembre 2024. Sentivamo che ciò doveva essere espresso non a parole, ma attraverso un linguaggio cinematografico che potesse essere percepito fisicamente ed emotivamente.
Il passato e il presente si dispiegano quasi come universi paralleli, animati dalla stessa energia emotiva. Mentre all’interno dell’Assemblea Nazionale si sforzano di bloccare l’ingresso dei militari, i cittadini iniziano a radunarsi all’esterno dell’edificio, quasi come se il ricordo dei morti li accompagnasse. In effetti, gli eventi si svolsero in modo molto simile nel 1980. I cittadini si riversarono nelle strade e, per un certo periodo, riuscirono persino a respingere le forze militari.
Alla fine, però, la città fu isolata e le ultime persone rimaste all’interno dell’edificio del governo provinciale furono uccise. Consapevoli della propria morte, lasciarono dietro di sé le parole: “Vi prego, ricordatevi di noi”. A causa dell’immensa sofferenza patita dai morti e dalle loro famiglie, quel ricordo acquisì una forza morale che nessuna delle due fazioni politiche riuscì a cancellare completamente. Si è trasformata in una fonte di energia che spinge le persone ad agire con altruismo, persino nel presente. Ecco perché le immagini finali dei cittadini che avvolgono le bare delle vittime nella bandiera coreana e accendono candele hanno un peso emotivo così profondo. Attraverso una sofferenza irreversibile, il presente stesso viene redento. Anche questo è stato uno dei temi centrali che abbiamo cercato di esprimere attraverso il linguaggio cinematografico. Alternando le immagini di persone in queste due linee temporali parallele – individui separati da decenni ma che compiono azioni sorprendentemente simili – abbiamo scoperto che emergeva uno strato di significato inaspettatamente ricco. In questo modo, ci siamo approcciati al materiale d’archivio con molta attenzione, scegliendo le immagini non solo perché iconiche, ma perché si adattavano al flusso emotivo e all’energia narrativa della storia stessa.
D: Che impatto hanno avuto finora il cinema e il giornalismo, in particolare quello televisivo, sulle vostre carriere professionali?
Cho Chul-young, Kim Jong-woo e Kim Shin-wan: I giornalisti televisivi sono addestrati a mantenere una certa distanza dai loro soggetti e a non mettere le proprie emozioni personali al centro della storia. Siamo anche addestrati a non schierarci frettolosamente o emettere giudizi semplicistici su questioni complesse. Cerchiamo sempre di evitare di realizzare lavori che risultino distorti o che sembrino propaganda.
Un altro aspetto importante nel lavoro di documentarista televisivo è la narrazione. Spesso dobbiamo catturare l’attenzione del pubblico per più di un’ora. Elencare semplicemente i fatti non è sufficiente. Dobbiamo trovare il modo di rendere comprensibili questioni complesse, mantenendo al contempo l’interesse degli spettatori. Lavoriamo anche in un ambiente in cui dobbiamo continuare a produrre nuovi lavori. Alcuni ritengono che questo ritmo possa essere estenuante per i creatori di tali materiali. Ma credo ci offra anche un’ampia gamma di esperienze. Ci insegna ad adattarci rapidamente e a reagire a situazioni inaspettate ovunque ci si trovi. Riteniamo che The Seoul Guardians rifletta chiaramente la prospettiva dei giornalisti che realizzano documentari televisivi. Allo stesso tempo, realizzare un film ha richiesto qualcosa di diverso.
In televisione, un’opera a volte può risultare troppo pesante se contiene troppi livelli di lettura. Nel cinema, riscontriamo il contrario. Un film ha bisogno di molteplici livelli di lettura che il pubblico possa scoprire e vivere in prima persona. Abbiamo anche imparato che spesso il cinema funziona meglio quando suscita emozioni piuttosto che limitarsi a spiegare cose. Oggi, i creativi sono meno concentrati sul restare confinati in un unico mezzo espressivo. Al contrario, cercano la forma migliore per raccontare la storia che desiderano. Viviamo in un’epoca in cui le persone si muovono liberamente tra diverse forme d’arte e ne apprendono il linguaggio. Anche noi stiamo facendo lo stesso. Continuiamo a esplorare mondi diversi, tra cui la televisione e il cinema, e cerchiamo di creare opere significative in entrambi i campi.
D: Negli ultimi decenni, il cinema coreano ha prodotto moltissimi film, documentari ma anche lungometraggi di finzione, sulle fasi più drammatiche del conflitto tra Corea del Nord e Corea del Sud, nonché sulle varie svolte autoritarie che hanno interessato il governo sudcoreano. C’è qualcuno di questi film che amate particolarmente?
Cho Chul-young, Kim Jong-woo e Kim Shin-wan: Il film che ci viene in mente ora è Joint Security Area di Park Chan-wook. La Corea del Sud è ancora praticamente l’unica nazione divisa al mondo, e gli uomini adulti sono obbligati a prestare servizio militare. Allo stesso tempo, è anche un paese con una storia ricca e turbolenta che ha raggiunto la democratizzazione in un periodo di tempo relativamente breve. Tuttavia, in molti film recenti che ritraggono la Corea del Nord, a volte ho la sensazione che le storie di persone reali siano gradualmente scomparse, sostituite da elementi puramente di intrattenimento. Credo che il film di Park Chan-wook abbia catturato, in modo profondamente umano, l’atmosfera e la realtà emotiva della situazione che i giovani coreani stavano vivendo in quel periodo, senza l’intenzione di trasformarla semplicemente in intrattenimento.
D: Quanto è stabile ora la situazione in Corea del Sud ora? E chi sono coloro che considerate i “guardiani di Seoul”?
Cho Chul-young, Kim Jong-woo e Kim Shin-wan: Di recente, l’Assemblea Nazionale Coreana ha discusso un emendamento costituzionale che includerebbe il significato storico dei movimenti democratici, tra cui la Rivolta di Gwangju, nel preambolo della Costituzione. Gran parte dell’opinione pubblica sostiene con forza questa iniziativa. Dalla crisi della legge marziale del 2024, credo che nella società coreana si sia rafforzata la determinazione a proteggere la democrazia.
Allo stesso tempo, si è anche registrata una forte reazione e resistenza a questa idea. Ad esempio, di recente si è verificata una grande controversia quando i prodotti promozionali lanciati da Starbucks Corea sono stati ampiamente criticati per aver deriso e insultato le vittime della Rivolta di Gwangju e il movimento democratico coreano. L’incidente ha suscitato indignazione pubblica in Corea e ha attirato l’attenzione a livello internazionale. Ci ha ricordato che i valori rappresentati da quelle lotte democratiche sono ancora oggi messi alla prova.
Quindi, la democrazia coreana si sta consolidando dopo tante difficoltà? O sta regredendo? Non crediamo sia facile rispondere a questa domanda in questo momento. Quello che possiamo dire è che la Corea, come molti altri Paesi, ha raggiunto un momento critico. Ci troviamo tutti ad affrontare le sfide del declino democratico e della polarizzazione politica.
In momenti come questo, pensiamo ancora ai cittadini che si sono mobilitati per proteggere la democrazia la notte della legge marziale. È il ricordo di persone che si sono aperte le une alle altre e hanno agito in modo solidale. Allo stesso tempo, non riteniamo che l’espressione “Guardiani di Seoul” possa essere riferita solo alle persone presenti all’Assemblea Nazionale il 3 dicembre 2024. Per noi, loro sono un esempio di ciò a cui i cittadini dovrebbero aspirare. Ci ricordano i valori di cui abbiamo bisogno quando la democrazia viene messa alla prova.
Michela Aloisi e Stefano Coccia









