Broker

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8.0 Awesome
  • voto 8

Gli ombrelli di Busan

Una volta c’era la ruota degli esposti, ovvero quello strumento che permetteva a donne e famiglie di abbandonare un bambino neonato, in forma anonima, per essere affidato a un orfanotrofio. Ancora oggi esistono paesi dove sopravvivono dei corrispettivi moderni di quel vecchio sistema. Tra questi la Sud Corea, dove sono collocate le cosiddette baby box, che assolvono alla stessa identica funzione. Proprio con l’abbandono di un infante in uno di questi marchingegni, in un’istituzione famigliare religiosa di Busan, comincia Broker, il primo film sviluppato in Corea del Sud dal giapponese Hirokazu Koreeda, ora in concorso al 75 Festival di Cannes dove il cineasta conquistò la Palma d’Oro nel 2018 con Un affare di famiglia (Shoplifters). È una notte di pioggia, violenta e incessante, dove tutti si spiano dai finestrini bagnati di una macchina, in cui una giovane donna disperata, di nome So-young, compie questo gesto estremo. Ancora una tempesta demarca la drammaturgia di un film di Koreeda, il cui cinema da sempre si occupa delle quieti che intercorrono tra le tempeste, gli eventi drammatici della vita. Altre piogge si vedranno nel film, e i personaggi dialogano su come proteggersi, con ombrelli, ideali quelli grandi per due persone. Uniti si possono fronteggiare meglio le vicissitudini del destino.
Dopo l’avventura francese di Le verità, Koreeda approda ora a un film nella Corea del Sud, con protagonista il celebre Song Kang-ho, paese che gli offre la possibilità di sviluppare la storia grazie, da un lato alla sopracitata baby box, dall’altra a uno speciale Adoption Act contenuto nel nuovo codice civile del paese. I broker del titolo sono delle figure che portano avanti un mercimonio illegale di infanti, piazzando bambini orfani o abbandonati a coppie che vogliano adottarli. Ancora una volta Koreeda mette in scena complesse problematiche etiche, limitandosi a impostarle, senza sposare alcuna tesi. E intreccia due di questi grattacapi morali già toccati nei suoi precedenti film. C’è il tema della genitorialità, il dilemma su quali siano i veri legami famigliari, se quelli di sangue o quelli ‘de facto’, consolidati nel corso di una vita insieme, già al centro di Father and Son e Little Sister. Qui la problematica si arricchisce di sfumature e dilemmi legati alla condizione di orfano, alla domanda esistenziale sul perché di essere venuti al mondo, ma anche dei sentimenti di chi è costretto ad abbandonare un figlio. E poi torna anche il tema dell’omicidio, del crimine e della colpa, come già in The Third Murder.
Mentre si svolgono le vicende del film, si festeggia in Corea del Sud il mese della famiglia. Koreeda porta in quel cinema un tema cardine del cinema nipponico quale quello della famiglia. Koreeda prende, e fa prendere allo spettatore, il punto di vista di soggetti che si muovono nell’illegalità, di personaggi non immacolati dal punto di vista morale, dopo i taccheggiatori di Un affare di famiglia. Una poesia dei marginali, della povera gente che si arrabatta in tutti i modi per affrontare le disavventure della vita, anche coalizzandosi, come usando un ombrello grande per ripararsi in due dalla pioggia. Il vero nucleo famigliare è quello che si forma per caso durante il film, rappresentato dai trafficanti di infanti, uno dei quali è un orfano, cui si è aggiunta la madre e il bambino stesso. Un’unione meticcia già destinata ad avere vita breve, per la futura ricollocazione del bambino, ma anche per il fatto che il film ci dice da subito che le forze dell’ordine prima o poi interverranno. Che rimarrà un ricordo in quell’icona dell’ultima scena, come una classica effige di una famiglia giapponese, di un film di Ozu, che si staglia nel paesaggio urbano sudcoreano. Un’unione transitoria sancita ancora da una tempesta, ma si tratta di un surrogato artificiale, quello di un autolavaggio nel quale per sbaglio viene aperto il finestrino facendo entrare la schiuma. Un istante di allegria poi ricordato con nostalgia dal bambino. Una tempesta artificiale, per una volta una tempesta di felicità.

Giampiero Raganelli

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