A Lullaby to the Sorrowful Mystery

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8.5 Awesome
  • voto 8.5

Una ferita ancora aperta

Quanto spaventa un regista come Lav Diaz, a cui spesso si fa riferimento come “il regista filippino che fa film lunghissimi e quasi sempre in bianco e nero”? Quanto è facile che pregiudizi di ogni genere nascano su di un autore con una poetica del tutto personale e fuori dagli schemi? Tali pregiudizi, però, purtroppo impediscono di “andare oltre”, di dare fiducia a quel regista di cui tanto si è parlato ultimamente (e spesso e volentieri anche con toni polemici), in quanto vincitore del Leone d’Oro con il suo The Woman Who Left, della durata “shock” di quasi quattro ore. Immediatamente prima la creazione dell’opera presentata all’ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, però, Lav Diaz ha dato vita ad un altro prodotto, anch’esso di grande valore artistico e della durata di ben otto ore, in cui viene messo in scena un importante momento nella storia delle Filippine: la rivoluzione contro l’occupazione spagnola, che ha avuto luogo tra il 1896 ed il 1897. Stiamo parlando di A Lullaby to the Sorrowful Mystery, presentato in anteprima alla Berlinale 2016 e per la prima volta sugli schermi italiani al 34° Torino Film Festival, nella sezione Festa Mobile.
Sullo sfondo della Rivoluzione Filippina si incrociano tante storie: quella di Gregoria de Jesus, alla disperata ricerca del corpo di suo marito Andres Bonifacio – uno dei padri della rivoluzione – catturato ed ucciso dai nemici, quella di Isagani e Simoun, impegnati in un lungo viaggio al fine di salvare la vita di quest’ultimo, vittima di un attentato per aver tradito il proprio paese schierandosi dalla parte degli spagnoli e, infine, il mito intorno alla figura mitologica dell’eroe nazionale Bernardo Carpio.
Da sempre attento alla storia del proprio paese, Lav Diaz ha dato vita, qui, ad un prodotto che vede un fortunato mescolarsi di generi: dalla storia, appunto, alla letteratura, fino alla mitologia vera e propria, che, soprattutto nell’ultima parte del lungometraggio, assume un ruolo sempre più importante. Pur tenendo presente la curatissima fotografia in un contrastato bianco e nero, insieme ad un uso copioso di camera fissa e lunghi piani sequenza che solo di rado vedono movimenti di macchina appena accennati, A Lullaby to the Sorrowful Mystery non si differenzia dal resto della filmografia di Diaz solo per la commistione di generi presente, bensì anche – e soprattutto – per la forte componente narrativa – che prende il sopravvento sulla componente contemplativa, importante caratteristica della poetica dell’autore – e per i fitti dialoghi, presenti soprattutto nella prima parte dell’opera. Prima parte in cui i fatti storici vengono messi in primo piano e che funge quasi da “pretesto” per dare il via a ciò che accade dopo, quando la pellicola assume toni decisamente più “familiari” per il regista, che – a sua volta – decide, qui, di mostrarci le lunghe peregrinazioni dei protagonisti delle storie raccontateci, senza disdegnare elementi provenienti direttamente dalla mitologia filippina, che, di quando in quando, fanno capolino ed interagiscono con gli altri personaggi. Ulteriore figura che, nelle ultime ore, assume un ruolo fondamentale è il bosco, teatro dei lunghi viaggi dei protagonisti, testimone silenzioso delle loro sofferenze e, soprattutto, padre premuroso e protettivo che, con sguardo benevolo, segue il cammino dei propri figli.
Pur dando il proprio meglio nelle ultime due ore – in cui assistiamo man mano ad un crescendo fino ad arrivare al sublime vero e proprio, A Lullaby to the Sorrowful Mystery parte – forse per il grande numero di avvenimenti storici esposti – quasi in sordina, pur presentando dei momenti memorabili, come, ad esempio, quando viene organizzata una delle prime proiezioni cinematografiche nelle Filippine (subito dopo l’invenzione del cinematografo da parte dei fratelli Lumiére), o quando – in mezzo alla miriade di corpi di rivoluzionari massacrati – vediamo una delle protagoniste cantare, disperata, una triste litania.
È un grido di rabbia, quello che Lav Diaz ha qui messo in scena. Un grido di rabbia nei confronti di una ferita ancora aperta, ma che, tuttavia, non ha del tutto ucciso la speranza in un futuro migliore e, soprattutto, nei giovani, ai quali lo stesso Diaz si rivolge direttamente attraverso le parole del personaggio di padre Florentino, nella sua conversazione finale con il nipote Isagani.
In poche parole, un messaggio di speranza al termine di una visione, in seguito alla quale – come sempre accade con le opere di Lav Diaz – noi stessi ci sentiamo cambiati e, indubbiamente, arricchiti.

Marina Pavido

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