The Woman Who Left

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9.0 Awesome
  • voto 9

Così è, se vi pare   

La vita e come essa appare ai nostri occhi. La verità e ciò che reputiamo tale. Su tutto questo si interroga il maestro filippino Lav Diaz nel suo ultimo lungometraggio, The Woman Who Left – liberamente ispirato al romanzo di Lev Tolstoj “Dio vede la verità ma non la rivela subito” – in concorso ufficiale alla 73° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia.
Horatia viene rilasciata, dopo trent’anni di carcere, in quanto dichiarata innocente. Una volta fuori scopre che suo marito è morto, riallaccia i rapporti con la figlia e parte alla ricerca di suo figlio, il quale ha deciso di sparire senza lasciare traccia. Durante il suo percorso, la donna farà degli incontri che la arricchiranno e le cambieranno la vita.
Anche questa volta il grande cineasta filippino non delude le aspettative. E lo fa mettendo in scena un dramma personale di cui – per il tema trattato, oltre che per la magistrale messa in scena – sentiamo subito di far parte. Ed è proprio questa messa in scena – ormai marchio stilistico collaudato – a rendere il lungometraggio un prodotto a dir poco monumentale, malgrado la durata di gran lunga inferiore ai precedenti lavori del regista. Vediamo perché.
Colpisce – fin dalla prima inquadratura – il curato e contrastato bianco e nero. I personaggi principali vengono rappresentati spesso in ombra, perfettamente in linea con i loro stati d’animo, mentre – soprattutto per quanto riguarda le scene diurne in esterno – i bianchi, quasi bruciati, rendono alla perfezione quel senso di agorafobia di chi – essendo stato rinchiuso per molti anni – fa fatica ad abituarsi nuovamente alla vita. Quel particolare senso di realismo – tipico del regista filippino – anche qui viene rappresentato con inquadrature a camera fissa (facendo uso solo sporadicamente – e quando strettamente necessario – di primi piani), mostrandoci la realtà così com’è, semplicemente. Solo nel momento in cui arriviamo al principale snodo narrativo la camera fissa viene abbandonata e le immagini sono fuori fuoco, rispecchiando il punto di vista dei personaggi (a cosa corrisponde, in fondo, la verità?). Ottima realizzazione per una storia tenera e commovente che prevede anche scene particolarmente toccanti destinate a restare nella memoria. Prima fra tutte, il momento in cui la protagonista ed il transessuale Hollanda, da lei ospitato, danzano e cantano insieme.
Uno dei momenti più alti del film, però, sta proprio nel finale, quando vediamo Horatia alla costante, disperata ricerca del figlio scomparso. Un plongé di 3/4 ci mostra la donna che cammina in tondo su di un pavimento completamente ricoperto di volantini raffiguranti la foto del ragazzo. Come se la stessa si trovasse proprio su un palcoscenico teatrale. Ed ecco che la vicenda si trasforma quasi in un dramma di Ibsen, con le sue indimenticabili protagoniste. Picchi altissimi, per un lungometraggio che già di per sé mantiene un livello molto alto per tutta la sua durata.
È un film che fa male e, allo stesso tempo, lascia piacevolmente appagati, The Woman Who Left. Una storia semplice, ma complessa. Un dramma personale, ma universale. Un’ulteriore conferma del regista filippino, il quale, a sua volta, si è già da tempo rivelato uno dei più interessanti cineasti contemporanei. Un film che, forse, non verrà apprezzato come merita. Soprattutto guardandolo nell’ottica di un possibile Leone d’Oro. Una visione, però, che lascia un senso di soddisfazione nell’ambito di un Concorso ufficiale che quest’anno, purtroppo, fatta eccezione per pochi titoli, si è rivelato di livello piuttosto medio.

Marina Pavido

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