5 è il numero perfetto

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6.0 Awesome
  • voto 6

Guappi di cartone

La “fusione a freddo” tra cinema e fumetto presenta sempre qualche difficoltà, vivendo di equilibri piuttosto delicati. La dimensione del secondo universo di riferimento affida al lettore la creazione dell’illusione del movimento, mentre la settima arte si trova nella svantaggiosa condizione di dover esplicitare tale istanza. Con la conseguenza che molto di rado le trasposizioni risultano appieno soddisfacenti per gli appassionati del testo ispiratore, inevitabilmente “tradito” in favore di un oggetto artistico differente. Una creazione che può ammantarsi di originalità se il regista affidatario del progetto è da considerarsi vero e proprio autore; al contrario si potrebbe definire operazione ibrida quando realizzata per meno nobili fini commerciali, sottostimando il tutto a semplice riduzione per il grande schermo. Di tali problematiche deve essersi reso conto Igort (al secolo Igor Tuveri), celebre fumettista cagliaritano classe 1958, incaricato di portare al cinema la sua graphic novel omonima dal filosofico e suggestivo titolo di 5 è il numero perfetto, opera presentata nell’ambito delle Giornate degli Autori alla 76° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Un progetto rimasto in incubazione per parecchi anni ma che ora ha finalmente trovato un proprio sbocco produttivo.
Perfettamente logico, dunque, aspettarsi una totale fedeltà filologica rispetto al testo di partenza. E le suggestioni originali, dense di atmosfere crepuscolari, certamente non mancano, nel raccontare la parabola esistenziale di Peppino Lo Cicero, anziano camorrista di seconda fascia costretto a tornare sul sanguinoso campo di battaglia a causa del proditorio omicidio dell’unico figlio. Colpiscono allora le rappresentazioni visive di una Napoli anni settanta lontanissima dagli stereotipi pizza, sole e mandolini, ma anzi plumbea e piovosa come altri precedenti più o meno illustri – tipo Sin City (2005) di Frank Miller e Robert Rodriguez – insegnano. Un climax che fa da presagio ad una descrizione del sottobosco mafioso quantomai realistica, resa al meglio come autentica spirale ineluttabile di ritorsioni, omicidi, vendette e doppi giochi senza inizio né fine. Corredata da un cast di primo livello capeggiato da un Toni Servillo, con posticcio naso adunco, sempre efficace nei suoi pregnanti monologhi da ininterrotto flusso di coscienza, peraltro affiancato da un’inedita Valerio Golino in versione femmina armata e da un Carlo Buccirosso un po’ meno a proprio agio nello sparare, fuor di metafora, a ripetizione. Andrebbe tutto bene, insomma, se non fosse che Igort dimostra nella circostanza tutta la sua inesperienza a livello di regia, non riuscendo ad infondere un ritmo uniforme al proprio lungometraggio. Oltre alle sin troppe pause narrative deputate all’approfondimento del personaggio principale, anche le non moltissime sequenze d’azione vengono orchestrate in modalità routiniera, priva cioè di quei guizzi di fantasia che sarebbe stato lecito attendersi da un valente autore di tavole del suo calibro. La soglia di attenzione dello spettatore medio allora è destinata a vacillare, nonostante l’amena suddivisione in capitoli di buona portata caustica ed un epilogo di una certa efficacia esposto al (finto) sole sudamericano, contraltare dell’opprimente ambientazione napoletana. Il modello Dick Tracy (1990) di Warren Beatty (praticamente perfetta riproduzione da celebre fumetto a cinema) pur esplorato e cercato dal film di Igort, rimane in verità abbastanza lontano.
Così, al termine della visione, resta più che altro la curiosità, destinata purtroppo alla perpetua insoddisfazione, di sapere cosa sarebbe scaturito se veramente Johnnie To avesse preso in mano il timone del progetto come si era vociferato per un certo periodo nel passato, quando Marco Müller – grande esperto di cinema asiatico oltre che responsabile di varie a altisonanti kermesse festivaliere – pareva aver preso le redini produttive del film. 5 è il numero perfetto (il significato recondito del titolo è da scoprirsi al cinema…) rimane comunque un nobile, ancorché imperfetto, tentativo di allontanarsi dai percorsi sin troppo battuti dall’asfittico cinema tricolore. Sperimentazioni delle quali si continua ad avere un disperato bisogno.

Daniele De Angelis

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