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Smugglers

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VOTO: 8,5

Un grandioso intrattenimento… di contrabbando

Pur essendosi imposto all’attenzione internazionale con film di svariato genere e dal budget più o meno rilevante, Ryoo Seung-wan non è nuovo a blockbuster ambiziosi, imponenti, ma dotati al contempo di un’anima profonda: così è stato di recente per The Battleship Island (2017) ed Escape from Mogadishu (2021), entrambi proiettati a Udine.
Alla ventiseiesima edizione del Far East Film festival il regista coreano ha portato invece il movimentato e avvincente Smugglers, cinema d’intrattenimento ad alto tasso d’avventura, ma con un interessante quadro sociale sullo sfondo. L’assenza stavolta di una delegazione ha probabilmente determinato una calendarizzazione estremamente mattiniera, giovedì 25 aprile al Teatro Nuovo Giovanni da Udine. Ma in altre circostanze una simile opera cinematografica sarebbe stata proposta magari, e con successo, in prima serata…

Tra suggestioni “bondiane” nelle riprese sottomarine e situazioni che rimandano con decisione (a partire da certe toste eroine o da qualche letale combattente con la benda sull’occhio) all’universo tarantiniano, tra villaggi di pescatori/pescatrici in apnea che sembrano usciti fuori da un romanzo di Mishima (cfr. La voce delle onde) e attacchi di grossi predatori marini tipo Lo squalo di Steven Spielberg e i suoi derivati, il sorprendente Smugglers rende un’altrimenti ordinaria storia di contrabbandieri, ricettatori e doganieri corrotti assolutamente degna di quelle derive pulp, di quei pezzi di bravura inerenti anche alle così spigliate sequenze d’azione e di combattimento, cui vanno poi ad allinearsi, in filigrana, certi aspri e interessanti rilievi di natura socio-politica.
Al di là della corruzione presente in istituzioni che sembrano comunque disinteressarsi della povertà e della disperazione di intere famiglie, costrette in località come Kunchon ad accettare condizioni di lavoro rischiose per la propria incolumità fisica o a mettersi al servizio di bande criminali, per poter sfamare i propri cari, il fatto stesso che gli abitanti non possano più pescare con profitto per la devastazione ambientale prodotta dalle nuove fabbriche rimanda anche, in modo sinistro, a note tragedie ecologiche e umanitarie del recente passato, vedi Minamata in Giappone.

Questo è comunque solo il fondale di un tanto articolato, appassionante racconto cinematografico. Le atmosfere della Corea del Sud anni ’70 sono qui ricostruite in modo credibile e con un certo stile, a partire dai costumi dei personaggi e dalla componente scenografica. La cornice, però, ospita quelle storie di contrabbando, di possibili tradimenti all’interno della famiglia, di guerra tra poveri, di inseguimenti in mare, che offrono a Ryoo Seung-wan l’occasione di brillare anche sotto il profilo registico. Il ritmo rimane costantemente alto. E almeno due o tre sequenze sono da ammirare a bocca aperta. In primis l’originale e acrobatica scena di combattimento, che vede contrapposti i due veterani del Vietnam finiti a dirigere un’organizzazione criminale e quella squadraccia di malviventi locali che li vorrebbe far fuori. Ma sono soprattutto le scene di lotta subacquea tra le pescatrici del villaggio e gli uomini incaricati di ucciderle il fiore all’occhiello di un lungometraggio che, sotto il profilo dell’azione, regala sempre qualche perla, pescata magari anch’essa con fatica sul fondo dell’oceano.

Stefano Coccia

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