Una pallottola spuntata nel Giappone medioevale
La cinematografia di Kiyoshi Kurosawa, partendo dal j-horror di cui il regista nipponico è uno dei padri riconosciuti, nel corso di oltre quarant’anni, ha seguito percorsi diversi, strade alternative al cinema prettamente di genere. Solo pochi anni fa ha realizzato il suo primo film storico, Wife of a Spy, ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale. Ora, con The Samurai and the Prisoner (Kokurojo), presentato a Cannes 2026, approda a un genere classico del cinema giapponese, già dalla sua origine, ovvero il jidaigeki, il film di ambientazione storica precedente il periodo Meiji, quindi prima del 1868. Per intenderci il cinema di samurai. Arriva a questo risultato adattando un recente romanzo storico di successo di Honobu Yonezawa, costruito su eventi reali e con personaggi realmente vissuti
Siamo nel Cinquecento giapponese, nel pieno del periodo Sengoku ovvero degli Stati belligeranti, quando il paese in epoca feudale era sconvolto da una lunga e sanguinosa guerra civile che opponeva i clan rivali. Si impone la figura di Oda Nobunaga, il condottiero che sarebbe stato uno dei riunificatori del Giappone. Il film si occupa di un signore feudale inizialmente suo subordinato, ovvero Araki Murashige, che però cambia alleanza politica e ritira nel castello di Itami resistendo per un anno, fino al 1579, all’assedio di Arioka delle forze del clan Oda. Suo consigliere diventa un suo prigioniero Kanbei Kuroda, un grande stratega militare recluso nelle segrete del castello. L’epoca Sengoku non è frequentemente rappresentata nel cinema storico nipponico quanto la successiva epoca Edo, ma i film che vi sono ambientati, da Kagemusha e Ran, il classico Il fiume Fuefuki e il recente Kubi di Kitano, sono in genere delle magniloquenti esibizioni di battaglie spettacolari. Kiyoshi Kurosawa smorza però ogni attesa in tal senso: solo una battaglia, certo di grande impatto visivo, all’inizio, qualche duello o combattimento e nulla di più. Il regista gioca in realtà di sottrazione, insegue le stagioni per un’opera in quattro episodi, dove predominano le atmosfere della natura, su tutte lo struggente paesaggio invernale coperto dalla distesa di pennacchi bianchi della pianta susuki, alla fine, come sfondo ed estensione dell’animo dei personaggi. Kurosawa gira anche nei veri castelli, negli autentici siti storici, contribuendo alla fascinazione per l’affresco d’epoca. L’incendio di un castello richiama figurativamente a uno dei gradi film ambientati in quell’epoca, Il fiume Fuefuki di Keisuke Kinoshita.
Nemmeno quella tensione di cui Kiyoshi è un grande maestro è contemplata in questo film, incentrato piuttosto sui misteri, i gialli di corte, le spie, gli intrighi del potere con un respiro shakesperiano. È ineluttabile che Murashige soccomberà al potere di Oda, è come un Macbeth, con la sua Lady, che vedrà la foresta che cammina. Lo sanno gli spettatori giapponesi che hanno studiato la storia, ma è percepibile nell’atmosfera che si crea, anche per chi non la conosca. Le figure di Murashige e Kuroda vengono viste nella loro valenza umanista che contrasta con i valori militari, feudali nipponici dell’epoca. Il primo non fa decapitare il secondo, cosa che stupisce lo stesso Kuroda, in quanto portatore di un’ambasciata non gradita. Il nucleo narrativo combacia con quello che è il cardine drammaturgico della narrativa classica giapponese, ovvero il conflitto da dovere, ninjo, rappresentato dalla obbligazione per il proprio superiore, il samurai verso il damyo e questi verso clan superiore, e il sentimento, giri. L’affresco d’epoca è anche nella compresenza filosofica del buddhismo e dello Zen, rappresentato dalle cerimonie del tè e dai sutra, e il cristianesimo che si stava diffondendo in Giappone. La religione occidentale era stata importata dai missionari portoghesi che avevano introdotto anche le prime armi da fuoco, i moschetti. Questi hanno particolare rilievo nel film, sia nella scena di battaglia, dove si vengono impiegati relegando le katana, le spade dei samurai, a puri oggetti simbolici, sia come chiave di lettura dei due gialli, i due misteriosi omicidi che avvengono a corte. Nel primo gli investigatori non capiscono se sia stata una lancia o una freccia, l’arma del delitto. Per il secondo, attribuito inizialmente a una punizione divina, si troverà invece proprio il proiettile. Si è trattato quindi un omicidio di JFK ante litteram, di un uomo colpito da lontano come un bersaglio da un’arma da fuoco. The Samurai and the Prisoner racconta la dissoluzione di un sistema di valori: quello cavalleresco dei samurai, destinato a esaurirsi nel successivo periodo Edo in un Giappone pacificato, con un’avvisaglia in tal senso rappresentata dalla modernità delle armi da fuoco. Kiyoshi Kurosawa trasforma così il jidaigeki in una riflessione crepuscolare sulla storia.
Giampiero Raganelli









