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The Shrouds – Segreti sepolti

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VOTO: 8

L’ultimo sguardo

Davvero uno strano e paradossale destino, praticamente il segnale di un declino culturale del tutto inarrestabile. David Cronenberg, amato e definito regista di culto sin dagli inizi di carriera, ora che affronta direttamente le proprie paure ed ossessioni senza troppe mediazioni cinematografiche viene accolto con indifferenza (vedere Cannes 2024 dove era in concorso) quando non con esplicito fastidio. Mai sfiorare un tabù rimosso.
Certo, The Shrouds – Segreti sepolti affronta la morte sin dalle premesse narrative. Cosa peraltro già accaduta in altre opere più o meno recenti come ad esempio Maps to the Stars, in cui emergeva con nitore il particolare umanesimo filosofico, piuttosto incline al pessimismo, dell’autore canadese. In questo The Shrouds un ricco imprenditore, di nome Karsh (Vincent Cassel, ad immagine e somiglianza cronenberghiana) mette a punto, con l’aiuto del fratello (Guy Pearce) un avanguardistico meccanismo in grado di monitorare le tombe, in particolare quella della moglie (Diane Kruger in un doppio, enigmatico, ruolo) da poco tempo defunta a causa di un cancro. Senza aggiungere altro su una trama volutamente caotica a descrivere alla perfezione il mondo di oggi, si torna sempre al vecchio Cronenberg. Un tempo i suoi personaggi sfidavano la scienza per oltrepassare limiti umani (Shivers, Rabid e Brood) e mal gliene incoglieva. Ora contano sul supporto tecnologico per tentare di sopperire alle loro insicurezze e mancanze senza comprendere nemmeno quale sia il punto d’arrivo. O di non ritorno. Verrebbe alla mente qualche nome perfettamente agganciato alla realtà ma meglio soprassedere. Perché alla base di tutto non c’è satira politica, pur essendo presente in Shrouds (letteralmente i sudari) un umorismo piuttosto straniante; bensì un sottile passaggio da una impossibile elaborazione del lutto ad uno sfrenato voyeurismo, molto più confacente all’essere umano piuttosto che un sofferto e struggente ricordo da lenire ad ogni costo. Si torna allora alla vecchia e cara carnalità, al sesso utilizzato come rimedio ultimo di un male invisibile poiché interiore. Servirà?
Con The Shrouds, più ancora del penultimo Crimes of the Future, siamo entrati nella terza fase, probabilmente l’ultima, del cinema di David Cronenberg. Quella in cui l’autore, superata la boa temporale degli ottanta anni, non può fare altro che intravedere l’ultimo orizzonte. Lo osserva, lo studia, da perfetto entomologo quale è sempre stato. Mostrandoci una sorta di implacabile referto letto il quale tocca allo spettatore tirare le conseguenze. Forse la nostra imperfezione potrà divenire un punto di forza, riuscendo a sopravvivere in un mondo in cui un progresso dalle finalità indefinite sta da tempo sostituendo un’ipotetica crescita sociale. Oppure, chissà, riporre le ultime speranze nella contemplazione della nostra “dopo morte”, a cercare di capire cosa avverrà dopo, senza l’ausilio di una qualsiasi fede religiosa.
Per la comprensione di un’opera stratificata e complessa come The Shrouds se ne riparlerà tra qualche anno, dopo un giusto periodo di metabolizzazione. Una prassi che gli appassionati del cinema di Cronenberg dovrebbero conoscere ormai a memoria.

Daniele De Angelis

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