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The Idealist

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VOTO: 7.5

Un caso esplosivo

Gli addetti ai lavori e il pubblico nostrani l’hanno conosciuta nel 2006 grazie all’opera prima Triple Dare, intenso dramma adolescenziale in odore di coming of age presentato alla Festa del Cinema di Roma. A nove anni di distanza, Christina Rosendahl torna sugli schermi italiani per presentare in concorso alla 33esima edizione del Torino Film Festival il suo secondo lungometraggio dal titolo The Idealist. Nel mezzo una mezza dozzina di corti e documentari che hanno ben figurato nel circuito festivaliero internazionale, oltre a una fortunata mini serie per il piccolo schermo battezzata Lulu & Leon.
Per il suo ritorno dietro la macchina da presa sulla lunga distanza, la regista danese alza decisamente il tiro prendendosi non pochi rischi, ma per fortuna ne esce indenne. Questo perché, la storia che ha deciso di raccontare ha nel dna un tasso elevato di difficoltà, vuoi per le complesse e delicate dinamiche che ne segnano le tappe, vuoi per il fatto che il tutto non è il frutto della fervida creatività dello sceneggiatore di turno, ma la trasposizione di una storia vera e maledettamente intricata, di quelle che si è solito mettere a tacere archiviandola con la sigla “top secret”. Per la cronaca è dell’incidente nucleare di Thule che si sta parlando, uno dei più grandi scandali della recente storia danese (e non solo). Il merito che va riconosciuto alla Rosendahl, al di là del gradimento o meno nei confronti del risultato finale, è quello di aver avuto il coraggio di portarlo al cinema, per di più affondando la lama e senza cedere a compromessi. Per farlo si è aggrappata con le unghie e con i denti al romanzo “Thule-sagen” di Poul Brink, nel quale è lo stesso scrittore e giornalista a scandire pagina dopo pagina le fasi salienti della sua lotta per portare a galla tutta la verità sull’oscura vicenda. Il rewind si cristallizza al 21 gennaio 1968 quando un bombardiere americano B-52, carico di testate nucleari, si schianta tra i ghiacci della Groenlandia. Le autorità statunitensi e danesi, che sorvegliano la zona, dichiarano la situazione sotto controllo e dopo otto mesi di bonifica fanno rientrare l’emergenza. Diciotto anni dopo, il giornalista Poul Brink (interpretato sullo schermo da un convincente Peter Plaugborg), zelante e tenace, viene a conoscenza di alcune misteriose testimonianze sulla catastrofe aerea. Ben presto, i sospetti di trovarsi di fronte a un caso di insabbiamento politico si fanno sempre più forti e per Brink ha inizio un viaggio solitario alla ricerca della verità.
Come avrete intuito dalla sinossi, è semplice e piuttosto prevedibile immaginare su quale terreno minato si sia avventurato l’indomito e sprezzante del pericolo protagonista di turno, professionista figlio legittimo di un modo di fare e concepire il mestiere di giornalista che oggi sembra lontano anni luce. Cinematograficamente parlando, battaglie di questo tipo hanno trovato innumerevoli volte spazio, tanto nel passato quanto in epoca più recente (vedi Truth o Spotlight), per cui l’abbozzare una lista in tal senso richiederebbe moltissimo tempo e uno sforzo inutile. Ma The Idealist è proprio uno di quei film che, come un coltello conficcato nella memoria, torna puntualmente a ricordarcelo.
Per raccontare questa estenuante “guerra” psicologica combattuta sull’etere prima e sul tubo catodico poi, la Rosendahl si muove su un doppio piano temporale destinato a diventare un binario unico con il quale dare forma e sostanza all’architettura narrativa e drammaturgica. Passato e presente convergono senza entrare mai in rotta di collisione, mescolando in maniera perfetta ed equilibrata materiali originali di fiction con straordinari filmati d’archivio. Ne scaturisce un mosaico audiovisivo dove ogni tassello trova la sua giusta collocazione. Il montaggio, in tal senso, si rivela un alleato determinante. Proprio la loro sapiente commistione e la fluida interazione, frutti anche di un’attenta fase di scrittura, rappresentano i punti di forza di un’opera che ha solo nella durata (una ventina di minuti in meno avrebbero forse aiutato a far scivolare meglio la fruizione), nei frequenti quali di tensione e nell’eccessivo rodaggio, gli ingredienti che non gli permettono di spiccare completamente il volo.

Francesco Del Grosso

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