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La cronologia dell’acqua

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VOTO: 7

Sangue, inchiostro e cloro

Ci sono film che per un motivo o per un altro, nel bene o nel male, rimangono appiccicati addosso, che fai fatica a scrollarti di dosso dalle sinapsi e dalla retina, il cui pensiero persiste anche quando si esce dalla sala che lo ha ospitato. La cronologia dell’acqua (The Chronology of Water) che segna il debutto di Kristen Stewart alla regia di un lungometraggio (all’attivo tre corti realizzati tra il 2017 e il 2023), distribuito da Wanted Cinema a partire dall’11 giugno 2026 dopo un fortunato tour festivaliero iniziato a Cannes 2025 nella sezione Un Certain Regard, è uno di questi.
Probabilmente, anzi sicuramente, si tratta della medesima sensazione che deve avere provato l’attrice statunitense nel momento in cui si è trovata tra le mani per la prima volta nel 2017 le “incendiarie” pagine del romanzo autobiografico della scrittrice Lidia Yuknavitch (pubblicato negli Stati Uniti nel 2011 e arrivato in Italia nel 2022 edito da Nottetempo), al punto da farne un film immediatamente dopo avere rivelato di esserne rimasta folgorata. Trasposizione, questa, alla cui sceneggiatura la Stewart ha lavorato per otto anni, scrivendo e riscrivendo di continuo, a dimostrazione del rispetto nei confronti della matrice letteraria, della quale la neo-regista ha voluto fortemente preservarne la forma, la struttura e le caratteriste fondanti, con tutti i rischi che ciò comportava data la natura stratificata e anti-convenzionale dell’opera in questione, oltre che delle tematiche complesse delle quali si faceva portatrice. Chi ha avuto come noi l’opportunità di entrare in contatto con il libro omonimo ancora prima dell’adattamento cinematografico in tal senso sa perfettamente a cosa ci riferiamo. Temi, architettura e ritmica, come quelli presenti nel libro della Yuknavitch, dal coefficiente di difficoltà elevatissimo, tanto da rendere la materia narrativa e drammatrugica un “magma incandescente” e per nulla semplice da gestire e veicolare. E infatti la Stewart, che del resto nell’arco della sua carriera ha avuto la possibilità di formarsi collaborando con cineasti non allineati quali Reichardt, Assayas, Larrain e Cronenberg, ha deciso saggiamente di non prendere le distanze dal memoir dell’autrice, assecondandone in tutto e per tutto la prosa liquida e fluida. In tal senso, il titolo è già una chiara dichiarazione d’intenti per quanto concerne il modus operandi adottato dallo scrittrice e di conseguenza dallo script.
Prima di immergerci nel senso letterale del termine nell’architettura di cui sopra e nelle sue regole d’ingaggio bisogna però fare un passo indietro per (ri)scoprire su cosa si focalizza il racconto de La cronologia dell’acqua, che come abbiamo già detto ripercorre il percorso a ostacoli dell’esistenza dell’autrice del libro. Al centro della storia c’è dunque Lidia (la Yuknavitch, qui interpretata da un’intensa e partecipe Imogen Poots), una giovane donna cresciuta in un ambiente intriso di violenza e abuso di alcol, segnata da traumi familiari, dipendenze, lutti, e apparentemente destinata all’autodistruzione fino a quando la strada svolta verso una inattesa nuova destinazione. Un tempo promessa del nuoto, riesce a fuggire dal contesto che la soffoca e a iscriversi all’università, dove trova nella letteratura un primo spazio di resistenza e di salvezza. Attraverso una narrazione frammentata che intreccia memoria fisica e parola scritta, il film segue il suo percorso di sopravvivenza e trasformazione. La scrittura diventa così il luogo in cui il dolore può essere rielaborato e la voce finalmente liberata da ogni costrizione.
La cronologia dell’acqua si presenta come una testimonianza intima e potente di come corpo e linguaggio possano farsi strumenti di rinascita, permettendo di riappropriarsi delle proprie ferite e trasformarle in libertà. L’opera affronta con coraggio, in maniera non edulcorata, estremizzata o con uno sguardo voyeuristico, tematiche sensibili e dal peso specifico rilevante come la bisessualità, gli abusi in famiglia, l’incesto, i traumi infantili, la sorellanza, la sindrome di Stoccolma e quella dell’abbandono, l’attivismo le dipendenze, la salute mentale, il desiderio e l’indipendenza, il lutto, la sua elaborazione e la scrittura come terapia. Il risultato si fa testimonianza di come una vita possa essere salvata dall’Arte, in questo caso l’incontro della protagonista da adulta con il potere della letteratura e della scrittura diventa atto di purificazione, esorcizzazione e liberazione dal passato, dai fantasmi, dai dolori, dai traumi, dal rimosso, dal sepolto, dalle ferite ancora vive e sanguinanti come il rapporto malato e conflittuale con la figura paterna.
Il film consente allo spettatore di calarsi negli abissi di una storia dolorosa in cui la protagonista rappresenta la versione-ricordo dell’autrice stessa riflessa su uno schermo che si tramuta in uno specchio rotto. Il tutto attraverso un vero e proprio tour de force emotivo, carnale e viscerale per colei che è stata chiamata a interpretarla, con la macchina da presa della Stewart che filmando in 16mm traspone tutto nella sua forma frammentaria originaria, divisa in capitoli in modo tutt’altro che tradizionale. Sin dalle prime immagini rifugge infatti ogni intento didascalico, procede per flash e tutto scorre nella piena dei ricordi come un flusso mnemonico imprevedibile e non cronologico. Tutto ha un inizio e una fine ovviamente, ma tra un estremo e l’altro della timeline c’è una successione non lineare di frammenti di vita vissuta. La visione de La cronologia dell’acqua dunque richiede allo spettatore un elevato grado di attenzione per non perdere la bussola e restare ancorato al personaggio principale, alle sue evoluzioni e involuzioni, ai salti temporali continui che ci portano nelle diverse fasi dell’esistenza di Lidia. Insomma un film “liquido” a tutti gli effetti, mimetico come il movimento dell’acqua che è elemento centrale nel corso di una fruizione scandita da tempi dilatati, mutevoli nel ritmo, che estendono il racconto oltre le due ore tra accelerazioni e decelerazioni costanti, che potrebbero mettere a dura prova il fruitore.

Francesco Del Grosso

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