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West Border

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VOTO: 7,5

Un padre, una figlia e un poliziotto

Ci sono opere che devono loro e nostro malgrado fare i conti non solo con le comuni problematiche produttive e distributive, ossia con tutti quegli ostacoli più o meno grandi che si è chiamati ad affrontare durante il percorso che dalla genesi porta alla sala, ma anche con altre minacce che possono ulteriormente complicarne il cammino e persino metterne in discussione la sopravvivenza. Quel qualcosa è la censura e a farne le spese sono molti film e autori alle diverse latitudini, costretti a doversi scontrare con limitazioni nella circuitazione e ancora peggio con la messa al bando. Tra i casi più recenti figura West Border di Luo Yan, il cui debutto era stato annunciato al Festival di Locarno 2023, dove avrebbe dovuto concorrere nella sezione Cineasti del Presente se non fosse stato per il Governo cinese che ne ha ritirato il visto, impedendone la partecipazione, attuando di fatto una vera e propria censura. Blocco, questo, che ha sottoposto la pellicola a un autentico calvario, confinandola all’interno di un limbo dal quale è uscita dopo tre anni. Solo nel 2026 il film ha potuto dunque iniziare il suo viaggio nel circuito festivaliero. Tra le kermesse che l’hanno ospitata dopo la “scarcerazione” figura anche il Milano Film Fest, che l’ha inserita nel ricco cartellone della sua seconda edizione all’interno della sezione Controcampo, dedicata a quei titoli più sperimentali e lontani dai canoni narrativi convenzionali.
È indubbio che lo sconsiderato episodio che nel 2023 ha visto protagonista l’opera seconda della Yan contribuisce a leggerlo sotto una luce ulteriore, rafforzandone la portata critica rispetto ai temi messi in scena e il messaggio dichiaratamente politico del quale si è fatto indubbiamente portavoce. West Border si pone infatti come un’opera che utilizza gli elementi del genere per raccontare le criticità della Cina contemporanea e le tensioni che attraversano il suo tessuto sociale e politico, tra atmosfere sospese e cupe che avvolgono racconti di traffici illeciti, mine disseminate ai confini, rapimenti e tratta di esseri umani. Un bagaglio, questo, al quale si vanno ad aggiungere anche tematiche universali come vita e morte, memoria e oblio, colpa e amore, che sicuramente dal Governo locale è risultato indigesto e di conseguenza scomodo.
Più che un thriller tradizionale, il film della cineasta di Shanghai è un dramma a tinte poliziesche e noir ambientato nel 1999 lungo il confine sud-occidentale della Cina. Al centro della storia ci sono due figure apparentemente distanti: un padre alla disperata ricerca della figlia scomparsa e un anziano poliziotto in crisi, impegnato in un percorso di ricerca personale. I due si ritrovano uniti dal ritrovamento di una motocicletta in un fiume di confine, punto di partenza di un’indagine su alcuni omicidi che, nel corso del film, si rivelano presto un pretesto narrativo per esplorare territori molto più complessi. Per alimentarlo e dargli forma narrativa, drammaturgica ed tecnica, la Yan fonde le metafore politiche e la forza immaginativa della letteratura latinoamericana con la sensibilità estetica e le metodologie del cinema di culto e dei B-movie, il tutto sullo sfondo dei paesaggi lussureggianti, verdi ed enigmatici della Cina sud-occidentale.
West Border per sua natura è un film fantastico (campanelli d’allarme disseminati nel racconto pare annuncino un’imminente apocalisse) radicato in una storia realistica (i persistenti echi della guerra lungo il confine fungono da nota storica), il ché lo rende sfuggente e imperscrutabile, con la fotografia di Zhao Longlong che nell’alternare giochi di luci e ombre contribuisce, insieme ad alcune scelte estetiche della regista, a creare una dimensione sospesa. Identità trans-genere, questa, ambigua che rappresenta il punto di forza e l’elemento di fascinazione nei confronti di un’opera anti-convenzionale, che rifiuta strutture narrative accessibili e scorrevoli improntate su ritmi lenti e dilatati che potrebbero in qualche modo allontanare il potenziale fruitore, in particolare quello restio ad accettare le suddette regole d’ingaggio. Ciò a dire il vero permette allo spettatore di avere il tempo giusto per leggere nei meandri e nelle stratificazioni della contorta vicenda, ma anche per entrare bene in contatto con i personaggi complessi che la popolano (efficacemente interpretati da Pan Binlong, Chloe Maayan e Huang Zixing).

Francesco Del Grosso

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