La résistance de l’air

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8.0 Awesome
  • voto 8

Senza opporre resistenza

La résistance de l’air è il primo lungometraggio di Fred Grivois, già presente nel magnifico Il profeta (2009) di Jacques Audiard come regista di seconda unità – nello specifico, ha diretto la sequenza del sogno. L’opera, presentata al Torino Film Festival 2015 nella sezione Festa Mobile, è il classico polar d’oltralpe, che trova il proprio fulcro nella questione etica e morale nonché in un’emotività di fondo che spinge lo spettatore all’immedesimazione.
Il protagonista, Vincent Cavelle (ottimo Reda Kateb), sposato e padre di una bambina,   pratica il tiro col fucile, divenendo eccellente sui 300 metri, quindi sulla lunga distanza. La vita dell’uomo è tutt’altro che idilliaca: la moglie Delphine (convincente Ludivine Sagnier) paragona continuamente il loro matrimonio con quello della sorella, sposata a un ricco dentista. Questo fa sì che la famiglia viva al di sopra delle proprie possibilità, facendo realizzare una seconda casa per la quale non ha il denaro sufficiente. Vincent si trova a dover fare i conti anche col proprio padre, Armand (grande Tchéky Karyo): in seguito a un infarto e impossibilitato al ricovero in una struttura poiché troppo costosa, il protagonista decide di ospitarlo in casa propria, in una convivenza che si rivelerà assai problematica.
Al poligono, l’uomo viene avvicinato da un altro tiratore, che si dichiara dilettante, l’estroverso Renaud (Johan Heldenbergh) il quale, una volta appresi i problemi finanziari di Vincent, gli fa una proposta, che sfrutta la sua abilità nel tiro a distanza: uccidere su commissione, in cambio di una grossa somma di denaro. Renaud descrive l’affare come se fosse ordinaria amministrazione, il classico lavoro pulito, veloce e  indolore. Senza poterci pensare su e spinto dal bisogno, Vincent accetta: inutile dire che le cose andranno assai diversamente, rispetto a quanto detto dall’ambiguo personaggio. Per la sua opera prima, Grivois riprende gli stilemi del polar tradizionale concentrandosi su diversi aspetti: in primis, il dilemma morale, la difficoltà dell’uccidere, il sentirsi cambiato, non più come prima. Il denaro tanto agognato ormai conta poco, non ha risolto nulla e Vincent si trova imprigionato in un meccanismo dal quale vorrebbe fuggire. L’omicidio non si risolve in un abbruttimento bensì nell’indebolirsi, nel divenire ancora più fragili e privi di riferimenti: il crimine non solo non paga, ma peggiora di gran lunga una situazione già minata.
Altra tematica di rilievo è quella della famiglia e della sua disgregazione: la moglie bada solo alle apparenze ma, una volta ottenuta la grossa cifra, tempesta il marito di domande e se ne allontana poiché vede qualcosa di diverso in lui. Anche il rapporto col padre è emblematico di un sostanziale vuoto affettivo: Armand viveva in solitudine prima dell’attacco di cuore, e il figlio non andava a trovarlo da lungo tempo. Un padre difficile, dedito a vizi di cui Vincent non era a conoscenza, un senso di estraneità dunque, all’interno di un nucleo famigliare che Grivois ci mostra nel pieno della sua disgregazione.
La malavita de La résistance de l’air è crudele e minacciosa, annunciata dal bel piano sequenza iniziale, pronta ad accanirsi sul nuovo sicario in caso commetta degli errori. Ciò che balza immediatamente allo sguardo dello spettatore è la sostanziale ingenuità del protagonista: nel momento del bisogno, crede davvero alle parole di Renaud, che mostrano come tutto sia facile e senza conseguenze, una sorta di imbonitore nella cui rete Vincent cade immediatamente, con la convinzione che il denaro potrà permettergli, tra le altre cose, anche di riconquistare una moglie sempre più distante. Il finale è aperto, sospeso, con un inevitabile retrogusto di amarezza.
Grivois dirige con mano sicura e in modo rigoroso, senza virtuosismi inutili o fronzoli di poco conto, la sua regia è secca ed essenziale, come nella miglior tradizione del noir d’oltralpe. Il film gode di una sceneggiatura semplice ma robusta, firmata da Thomas Bidegain (Il profeta, Un sapore di ruggine e ossa) e Noé Debré, con un plot non troppo originale ma che tiene la scena anche grazie alle modalità con cui viene esposto. A completare l’ottimo quadro, la fotografia limpida di Glynn Speeckaert (Moonwalkers, anch’esso presentato nella kermesse torinese), che fa da cornice a un polar asciutto, dai meccanismi ben funzionanti e recitato ad arte. Il titolo è ovvio riferimento alla forza opposta che la pallottola incontra nella sua traiettoria, ma è al tempo stesso metafora delle resistenze interiori di Vincent a diventare ciò che non è. Un’opera prima che fa sperare assai bene sui prossimi lavori del regista francese, un noir classico, apparentemente lineare, ma dalle sfumature sottili e ben dosate. Da recuperare.

Chiara Pani

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