Il caso Spotlight

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Dentro la notizia

Esiste ancora un giornalismo d’inchiesta? E ancora prima verrebbe da (ri)chiedersi: a cosa serve il giornalismo? Qualcuno risponderebbe: “a dare news”; eppure ci sono scuole, soprattutto le cosiddette “vecchie”, che hanno trasmesso e vissuto il mestiere del giornalista come una “missione”, capace di salvare vite raccogliendo informazioni e scavando nelle fonti. Purtroppo, ci duole dirlo, in gran parte questa visione si è persa, forse perché fagocitati dalla “guerra tra poveri” a chi fa più click, privilegiando spesso la velocità della notizia piuttosto che il contenuto.
Presentato Fuori Concorso alla 72esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (anche se, post-visione, alcuni si chiedevano come mai non fosse stato selezionato in Concorso), Il caso Spotlight di Thomas McCarthy prende concretamente spunto dalla realtà, portando sul grande schermo il Giornalismo con la “G” maiuscola e tutto ciò che può essere complice del silenzio, le contraddizioni del nostro tempo e su tutto la pedofilia nella Chiesa. Nello specifico si tratta dell’inchiesta condotta mei primi anni del nuovo millennio dal team dello Spotlight (costituito da quattro giornalisti) del Boston Globe e che si concluse con un pezzo in prima pagina dal titolo: “Church allowed abuse by priest for years”. Il termine “spotlight” vuol dire letteralmente “puntare il riflettore su” e loro lo hanno fatto nel vero senso della parola, lavorando silenziosamente, cercando le storie, adottando la politica di scavare e selezionare la storia su cui farlo senza interferenze. Fino a quando non è arrivato il nuovo direttore, Marty Baron (Liev Schreiber), deciso a far luce su qualcosa che spesso e volentieri veniva e viene fatto passare come «qualche mela marcia» e con ciò – ci teniamo a precisarlo accogliendo le parole del regista – non si vuole puntare il dito contro la Chiesa cattolica in generale e indistintamente. A Boston essa ha una fortissima influenza e questa indagine ha effettivamente sconvolto tutti, disgregando l’immagine “pura” associata all’istituzione ecclesiastica e mettendo in crisi non solo le vittime di abusi, ma anche la stessa città che, magari, sapeva ma ha voluto far finta di non vedere, sconvolgendo poi chi ancora ne era all’oscuro. A volte si dimentica che l’istituzione – che sia politica o religiosa – è fatta di uomini, va da sé che tanto più il fedele viene toccato quando scopre di non potersi più fidare neanche del vicario di Cristo in terra. L’ultima pellicola del regista de L’ospite inatteso (2007) è ben riuscita per il mix perfetto tra solida sceneggiatura (scritta a quattro mani con Josh Singer) e un cast che non delude assolutamente le aspettative a partire dai protagonisti fino ai caratteristi (su tutti spicca Mark Ruffalo). Si direbbe un film “vecchio stampo”, un po’ come quel giornalismo di cui parla e di cui si avverte la mancanza. C’è un rigore nella costruzione dell’inquadratura che si somma alla pulizia e al giusto ritmo di montaggio, lo spettatore segue la scoperta della verità entrando sempre più in empatia nella storia, a maggior ragione quando avvengono gli incontri con le vittime, vista la difficoltà di conquistare la fiducia di informatori e tanto più di qualcuno che è stato leso non solo fisicamente, ma nel profondo, «tradito spiritualmente» per citare le parole del film. Cosa quest’ultima che un giornalista sa bene. In questa prospettiva si inserisce anche il documentarista, che deve approcciarsi con persone viventi e raccogliere le loro testimonianze. Vi facciamo cenno perché è nostra premura sottolineare come questo tema – nell’accezione più generica del termine – non sia stato affrontato in primis da quest’ultima opera del regista di Mosse vincenti (2011), ma anche da altri autori che hanno optato per il genere documentaristico (vedi The Prey di Luca Bellino e Silvia Luzi o Mea Maxima Culpa: Silenzio nella Casa di Dio in cui Alex Gibney colpisce – con sobrietà – con un vero e proprio pugno nello stomaco lo spettatore). Certo, probabilmente Il caso Spotlight potrebbe avere ancora maggiore risonanza grazie anche al cast – da Michael Keaton a Rachel McAdams, da Mark Ruffalo a Stanley Tucci – e ai riflettori concessi dalla Mostra del Cinema di Venezia raggiungendo una fascia più ampia di pubblico. Ci auguriamo che sia un modo per far conoscere questa storia (il team scoprì 87 preti pedofili nella sola Boston) e il cardinale Law, il quale coprì lo scandalo pur avendo ricevuto segnali e lettere, è attualmente “esiliato” a Santa Maria Maggiore a Roma. Lungi anche da noi ergerci sul piedistallo, ma non possiamo non rilanciarvi le domande che sorgono spontanee nel corso della visione del lungometraggio, parallelamente alla presa di coscienza di un caso di cui forse, soprattutto i più giovani, potevano essere all’oscuro.
McCarthy sottolinea anche registicamente, pur nella sua classicità, «la sfida alla curia» che questi giornalisti lanciano e portano avanti anche nel silenzio, fino alla fine, assumendosi la responsabilità di ciò che dicono e anche di ciò che hanno trascurato (ma meglio non rivelarvi troppo), ricordandoci l’importanza delle fonti e facendo venire a galla i crimini di cui si può macchiare la natura umana. «Spero che il Vaticano utilizzi questo film per raddrizzare i suoi torti […] per cominciare a curare le ferite che la chiesa stessa ha subito da queste cose» – ha affermato Mark Ruffalo durante la conferenza stampa veneziana e noi non possiamo che condividere questo augurio. I giornalisti reali non sono stati degli eroi – anche se magari potrebbero esser visti come tali – hanno “semplicemente” svolto il loro lavoro, con le proprie contraddizioni, timori e anche errori e questo Il caso Spotlight ce lo fa vedere, così come persegue la linea del sistema, con la volontà di fare occhio di bue su legami e ramificazioni di gerarchie che – ahinoi – dimenticano, quando coprono, la missione evangelica. Se qualcosa si è infranto all’interno dell’istituzione ecclesiastica, ci auguriamo che i semi mandati da Papa Francesco attecchiscano e la facciano ritornare limpida; il cinema, dal canto, suo cerca di puntare l’obiettivo «mostrando la verità».

Maria Lucia Tangorra

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