Si vive una volta sola

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6.0 Awesome
  • voto 6

Amici suoi

Esiste, al giorno d’oggi, un cosiddetto metodo Carlo Verdone applicabile alla commedia italiana? In virtù della simpatia da sempre provata per l’attore e regista romano il desiderio sarebbe quello di rispondere affermativamente; purtroppo la realtà delle cose racconta altro. Abbandonate da tempo le notevoli ispirazioni degli esordi, esplicitate nella sublime capacità di trasporre nelle proprie inconfondibili maschere pregi e difetti della popolazione italica, la comicità verdoniana si è da tempo adagiata su uno schema estremamente basico, di stampo para-televisivo. Trame poco curate dal punto di vista dell’evoluzione narrativa fanno da semplice veicolo a performance attoriali – con lo stesso Verdone ovviamente incluso – le quali provano a strappare qualche risata degna di tal nome.
Non fa eccezione quest’ultima fatica, dal titolo Si vive una volta sola, lungometraggio che guarda alla nobile tradizione della caustica commedia italiana in stile Amici miei (tra gli sceneggiatori, oltre a Verdone ed il fido Pasquale Plastino, troviamo anche il toscano Giovanni Veronesi), anche se Carlo Verdone stesso, durante la presentazione del film, ha preso le classiche distanze da questo assunto. E si capisce perché: il paragone è sin troppo scomodo. Altri tempi, altra ironia. Soprattutto una cattiveria di fondo che in Si vive una volta sola non è facile rintracciare. Siamo comunque – e questo è innegabile – dalle parti della goliardata tra amici. Quattro stimatissimi medici ospedalieri tra cui il primario chirurgo Umberto (Verdone), il suo assistente Corrado (Max Tortora), l’anestesista Amedeo (Rocco Papaleo) e la strumentista Lucia (Anna Foglietta). “Vitelloni” di età variabile ma non giovanissima, insoddisfatti della vita che ricorrono a scherzi anche feroci ai danni del tapino Amedeo, da loro eletto vittima designata. Poi una svolta drammatica che prova a dare spessore all’insieme, con un twist finale che riconduce il tutto sui territori fanciulleschi dell’incipit.
A funzionare bene, in quest’occasione, è il gioco d’attori. Tutti affiatati ed in possesso dei giusti tempi comici. Mentre l’accoppiata Verdone/Albanese di L’abbiamo fatta grossa (2016) funzionava a dir poco maluccio, qui le cose girano per il verso corretto, poiché il quartetto si integra, se non alla perfezione, quasi. Dalle rispettive interazioni tra gli attori principali nascono i momenti migliori: equivoci, gags, confidenze riescono a creare quella giusta dose di empatia in grado di attirare la benevolenza del pubblico. Non si possono al contrario ascrivere ad un bilancio positivo i numerosi siparietti a sfondo sessuale disseminati lungo il corso della pellicola. Banali e intercambiabili come in qualsiasi commedia pieraccionesca, appesantiscono non di poco un ritmo narrativo che, quando si abbandona alle zingarate appena menzionate, sarebbe anche abbastanza fluido. Stupisce poi che il personaggio interpretato da Verdone, moralista integerrimo nei confronti della figlia – sciagurato miscasting, con lei bionda vichinga – impegnata in programmi televisivi di dubbia qualità nonché “donnina” facile per il potente di turno, cali subitaneamente le braghe di fronte alla prospettiva dell’avventuretta di una notte che invece si rivelerà un rapporto triangolare dei più beceri. Ciò accompagnato ad altre scelte discutibili, come la massima propensione al tradimento di Corrado, però sofferente allorquando viene informato che un paio di belle corna persistono anche sulla sua testa. Tutto già abbondantemente visto.
Insomma, lo sforzo produttivo che ha coinvolto Sky Cinema (attraverso Vision Distribution), Universal Pictures e la Filmauro di De Laurentiis, ha partorito il classico topolino cinematografico. Assolutamente in linea con la filmografia verdoniana del nuovo millennio. Nulla di nuovo sotto il sole delle bellissime locations pugliesi, ormai un must inderogabile in operine come queste. Nel nome di una prevedibilità che non avremmo mai voluto accostare a Carlo Verdone.

Daniele De Angelis

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