(Re)Visioni Clandestine #36: La principessa sul pisello

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C’era una svolta…

«[…] continuamente pisello toccato […]»
Elio e le storie tese, “Dannati forever”

Tra le tantissime chincaglierie filmiche prodotte dal cinemabis italiano, ecco che dal ripostiglio è possibile riportare alla luce l’impolverata e misconosciuta pellicola La principessa sul pisello (1974) di Piero Regnoli. Il “Dizionario del cinema italiano – I film dal 1970 al 1979”, curato da Roberto Poppi e Mario Pecoraro, comunica che detta pellicola aveva racimolato al Box Office la ragguardevole cifra di circa 7.000 lire, essendo stata proiettata in qualche sala solamente il 22 agosto 1976 (quindi, ben due anni dopo la sua effettiva realizzazione). Un vero e proprio record, sebbene di segno totalmente negativo. Nella seconda metà degli anni Settanta il costo del biglietto era di 500 lire, perciò, facendo un rapido e semplice calcolo, La principessa sul pisello venne visto (e anche apprezzato?) solamente da quattordici spettatori. Non è da escludere che quei pochissimi spettatori fossero tutti di sesso maschile, che decisero di vedere la pellicola di Regnoli per cercare refrigerio dalle vampe estive richiamati da quel titolo sbarazzino.

Eppure questo birichino titolo favolistico è completamente fuorviante. Sebbene la favola di Hans Christian Andersen venga menzionata ben due volte nei dialoghi, nella trama non si vedono mai né la mitica principessa né tantomeno il famigerato pisello. L’ultimo lungometraggio diretto da Piero Regnoli, autore in solitaria del soggetto e della sceneggiatura, è solamente un’infima commedia pseudo-decamerotica che incastona, dentro una cornice ambientata ai giorni nostri (precisamente gli anni Settanta), due rivisitazioni goliardiche delle note favole di “Cenerentola” e “Biancaneve e i sette nani”. Pertanto il titolo, da sempre fonte di doppi sensi, è stato solamente un subdolo escamotage per invogliare gli spettatori maschili, promettendogli qualcosa di piccante. Se la cornice ha per protagoniste un gruppetto di prostitute infreddolite che cominciano ad ascoltare la buona vecchina contadina che le vuole riscaldare con due favole (vorrebbe raccontare quella de “La principessa sul pisello”, ma le peripatetiche rifiutano perché si sentono tirate in ballo), gli episodi di Cenerentola e Biancaneve sono ambientati in mondi favolistici ricreati… al risparmio. Di lunghezza differente (Biancaneve e i sette nani occupa i ¾ della durata totale), sono episodi scialbissimi e molto noiosi, che cercano di fare leva sulle svolte erotiche che possono offrire le vicende contenute nelle due note favole. In Biancaneve e i sette nani la comicità dovrebbe scaturire da un principe bello ma imbranato, uno specchio magico che funziona come una televisione, una Regina con gli ardori e i nani, che hanno nomi appositamente storpiati, allupati e sempre in pugnace disaccordo tra loro. L’erotismo da una Biancaneve teutonica (la bionda e affascinante Christa Linder), che però concede solamente i seni nudi. L’episodio di Cenerentola offre qualche natica e qualche seno, una comicità di grana grossa molto insulsa, e la protagonista (la bella e bruna cecoslovacca Susanna Martinková) che concede un nudo integrale… di spalle. È proprio nell’episodio di Cenerentola che c’è, però, l’idea più bella e innovativa di tutto il film: il Principe deve ritrovare l’incantevole Cenerentola, tra la moltitudine di donne che si erano presentate alla sua regale festa, attraverso un paio di mutandine che lei aveva perso durante la rocambolesca fuga. Molto interessante e inaspettato anche l’udire, in una pellicola degli anni Settanta non pornografica, un uomo che ringrazia le due sorellastre di Cenerentola, che di professione fanno le battone, per il cunnilingus e la fellatio.

Roberto Baldassarre

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