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Princesa Burro

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VOTO: 5

Everything Everywhere all in Locarno

Princesa Burro (Donkey Princess) di Cristóbal León e Joaquín Cociña è senza dubbio uno dei titoli più attesi del Concorso Internazionale della 79esima edizione del Locarno Film Festival. La coppia di registi cileni, famosa principalmente per il film di culto La casa lobo, si propone di riconfigurare le basi del cinema fantastico, infondendo il genere con il loro stile peculiare dove i sogni (o per meglio dire gli incubi) rappresentano la matrice di mondi suggestivi e instabili.
La storia di Princesa Burro è ispirata alla fiaba Donkey Skin, già precedentemente adattata con successo per lo schermo da Jacques Demy, e racconta di un regno medievale dove l’amore è proibito dalla legge. La principessa Diana (Antonia Giesen) si innamora perdutamente di Lalo nonostante tutto, e l’unica speranza di vivere la passione è riposta in un magico braccialetto che permette di esaudire ogni suo desiderio più recondito. Lalo è infatti preso prigioniero dal padre di Diana, sovrano che coltiva desideri incestuosi verso la figlia, spingendola a ricorrere ai poteri del regalo fattole dall’amato per sfuggire al suo triste destino. Ma c’è un dettaglio fondamentale: il braccialetto non concede mai desideri all’interno del proprio tempo, ma li esaudisce trasportando chi lo indossa in un universo parallelo dove si sono già avverati. Inizia così un viaggio attraverso multiversi che, sulla carta, dovrebbero ricalcare diversi generi cinematografici, ma in cui l’immersione è compromessa dalla sensazione che lo sviluppo di tutti gli elementi cardine della storia, come personaggi e tematiche, sia secondario al desiderio di crogiolarsi in questo esercizio artistico. Il peccato originale di Princesa Burro è, quindi, che possiede un immaginario estremamente più interessante della trama che costruisce per sostenerlo, nonostante si inserisca in un filone narrativo particolarmente esplorato nell’attuale panorama cinematografico.
Il problema non è la natura sperimentale: dagli stessi registi che, solo qualche anno fa, hanno presentato Los Hiperboreos alla Quinzaine des Cineastes del Festival di Cannes 2024, uno dei più complessi e inventivi film di animazione ibrida nella recente memoria, adattare questa fiaba avrebbe dovuto essere una passeggiata. Il paragone con il loro film precedente merita di venire approfondito, poichè per ammissione degli stessi registi le sceneggiature di questi due progetti sono nate dallo stesso processo creativo. Il contingente politico e cerebrale di Los Hiperboreos, tuttavia, si è rivelato bisognoso di un intero lungometraggio per esprimere il suo potenziale, rimandando gli elementi romantici e horror, ovvero la materia prima su cui è stato costruito Princesa Burro, a data da destinarsi. Il risultato è una narrazione che segue fin troppo alla lettera le regole del genere, limitando l’estro creativo dei suoi autori e riducendoli ai canoni della loro estetica. Cristóbal León e Joaquín Cociña, forse poco stimolati dalla semplicità del soggetto, trascurano il worldbuilding per bruciare le tappe narrative della loro protagonista, tenendo tristemente a distanza il pubblico con il loro film più lineare e accessibile. Persino il climax della prima parte, dove Lalo cede il braccialetto alla principessa Diana e le strappa un bacio, è totalmente privo di pathos, compromesso dalla meccanicità della messa in scena e dalla pigrizia sul fronte recitativo.
Il primo mondo parallelo visitato da Diana, una metropoli cilena dove è in vigore un coprifuoco necessario a contenere un’epidemia, vede i due amanti riunirsi come da volontà del subconscio della principessa. Da qui, il film continua ad accumulare possibilità narrative senza mai soffermarsi abbastanza a svilupparle: il rapporto tra Diana e il padre, causa diretta della sua fuga, si presta a venire analizzato come emblema di questa mancanza, lasciando intravedere attriti che il film non sembra mai pronto a sviscerare. Allo stesso modo non viene approfondita nemmeno la storia d’amore con Lalo, destinata come tutto il resto a restare un semplice pretesto narrativo. Prevedibile immaginare come la storia proseguirà da questo punto, tenendo a mente che il braccialetto è ancora saldamente attaccato al polso di Diana, e con l’avvertimento di non abusarne pronunciato da Lalo ancora fresco nella mente dello spettatore. Meno prevedibile, invece, come il personaggio del padre finirà per rivelarsi il fulcro dell’intera narrazione, protagonista dell’unico twist in grado di stupire di tutto il film. Una parentesi geniale e disturbante, che sembra finalmente spalancare il film verso una conclusione incisiva, ma che inevitabilmente paga il prezzo della superficialità con cui la sceneggiatura ha trattato i risvolti necessari a preparare il terreno. Nonostante questo appunto, e perdonando l’inquadratura finale derivativa, è comunque rigenerante assistere finalmente a un barlume di emancipazione.
Se solo Princesa Burro fosse pregno dello stesso talento visivo che dimostra nella struggente scena in cui Lalo, dopo essere stato sequestrato dalla guardia reale, viene gettato tra i rovi spinosi sullo sfondo di un cielo incandescente, staremmo parlando di un film completamente diverso. In quell’unica immagine, sapientemente prefigurata qualche istante prima tramite un dialogo, vive il cinema che Cristóbal León e Joaquín Cociña sembravano voler realizzare: il punto di incontro tra desiderio di plasmare con le proprie mani la scenografia di un immaginario fantastico fatto interamente di illustrazioni e pupazzetti, e la necessità di legare i propri sforzi a emozioni concrete.

Alessio Vinciguerra

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