Home In sala Uscite della settimana Il mondo oltre

Il mondo oltre

233
0
VOTO: 8

In tre nel deserto

Con l’UCI Cinemas Porta di Roma ancora una volta quale epicentro, il cinema di Dario Germani è tornato a brillare sul grande schermo. La sua collocazione naturale, verrebbe da dire, se si considera quanto le opere da lui dirette puntino sulla componente fotografica, finanche “paesaggistica”, per lasciare il segno. L’ultima sua regia in modo particolare. Sicché la visione in anteprima all’UCI de Il mondo oltre, nelle sale italiane dal 9 Luglio 2026, non ha fatto altro che rafforzare questa nostra idea.
Altra idea che ne esce rafforzata è quella che l’autore, forte della sua conoscenza dei meccanismi della narrazione cinematografica, abbia predisposizione per affrontare diversi generi. Finora lo avevamo visto alle prese soprattutto con l’horror, di sguincio (vedi Sangue d’oro) anche con l’action movie. Ma grazie a Il mondo oltre è una visione personale, decisamente arguta del post-apocalittico ad affermarsi.

Ci perdoni la buonanima di Bernardo Bertolucci per aver titolato il pezzo “In tre nel deserto”, queste però sono le coordinate di base di una drammaturgia tanto scarna, essenziale, quanto legata a determinati scenari naturali. Girato tra Roma e il deserto del Sahara, per la precisione Nefta in Tunisia, Il mondo oltre propone luoghi brulli, inospitali, assolati, in cui l’approvvigionamento d’acqua diviene fondamentale per la sopravvivenza, quale palcoscenico di situazioni stranianti ed incontri tra personaggi abituati ormai a un isolamento estremo.
La protagonista Laura vive infatti in un piccolo insediamento perso nella circostante area desertica assieme a sua madre, la quale, oltre ad aver escogitato modi ingegnosi per assicurare ad entrambe un pur minimo sostentamento, l’ha convinta che la guerra abbia distrutto tutto e che loro siano le uniche sopravvissute sulla Terra. Unica altra presenza “famigliare”, la capretta nera con cui Laura è cresciuta.
A rompere questo delicato equilibrio è però l’arrivo di un misterioso ragazzo, di bell’aspetto, ferito, che chiede aiuto a Laura tentando poi con tatto di convincerla che la madre, da subito ostile al giovane, le stia nascondendo il vero destino del pianeta. La vorrebbe perciò portare via, per farle conoscere quello che c’è realmente oltre le loro baracche e il deserto. Quasi a rieditare il platonico “Mito della caverna” ampiamente citato nel plot. Un “triello” del genere, come è facile supporre sin dall’inizio, non potrà che condurre verso altre rivelazioni ed esiti, almeno in parte, drammatici…

Quasi conseguentemente nel cinema di Dario Germani vi è rispetto al passato un passaggio dalla concentrazione alla rarefazione. Ovvero dal compulsivo e barocco concentrarsi di orrori riscontrato ad esempio in Antropophagus: Le origini e Angelus Tenebrarum, si è passati qui ad atmosfere rarefatte, tempi rallentati, sospettosa osservazione dell’altro e attesa che qualcosa, di sinistro o meno, alla fine si manifesti. Confermata l’attenzione del regista per la componente paesaggistica, per gli esterni (la cui natura per certi versi “esotica” ribadisce inoltre una sua tendenza a spostarsi spesso e volentieri fuori dagli asfittici confini italiani), ciò che colpisce di più è la cura dei dettagli, dell’insolito o weird scrupolosamente celato dagli interni, di quelle inquadrature che possono spiazzare lo spettatore.
Se l’inedito “kammerspiel sahariano” di Germani tiene così bene è poi merito, rimarchiamolo pure, dell’ottimo casting, con due interpreti intense come la lanciatissima Demetra Bellina (molto apprezzata dal pubblico in Vita da Carlo) e Francesca Inaudi che duettano energicamente in un rapporto madre-figlia senz’altro paranoico, morboso, ma dalle complesse implicazioni affettive. Il brusco irrompere in scena del giovane impersonato dall’esordiente Guglielmo Amori, presenza fisica gagliarda la sua corredata però da quei modi fini in grado di sedurre Laura più in profondità, è l’elemento di rottura che fa deflagrare una tensione, tra le due donne, già palpabile in precedenza. Ma questo suo agire è soprattutto il veicolo di una altrettanto brusca, abrasiva sterzata della narrazione, sottolineata anche “wendersianamente” dall’alternarsi di bianco e nero e colore, la cui natura non è facile da descrivere se non si vuole bruciare la sorpresa allo spettatore. O “spoilerare”, come si è soliti dire oggigiorno. Limitiamoci pertanto ad affermare che l’insieme di rivelazioni finali, con un cambio di prospettive in parte post-apocalittico, in parte “alieno”, ha generato nel sottoscritto un sussulto paragonabile a quello che lo sconvolgente epilogo di un “classico” del passato, Il pianeta delle scimmie, aveva generato a suo tempo.

Stefano Coccia

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

tredici − otto =