Robin Hood – L’origine della leggenda

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6.0 Awesome
  • voto 6

Lord Robin e Mr. Hood

Da eroe a supereroe. I puristi storceranno il naso, ma altro destino non poteva compiersi, al giorno d’oggi, per l’arciere più famoso della Storia. Robin Hood, una delle figure positive meglio ammantate di romanticismo umanista sia nell’immaginario universale che in quello specificamente cinefilo, parrebbe essere stato assorbito di colpo dalla Marvel o dalla DC Comics. Arricchito, peraltro, da coreografie d’azione che paiono uscite direttamente da qualche film di genere proveniente da Hong Kong. Il quale facoltoso oriente, guarda caso, qualche soldino deve pure averlo messo nella produzione di questa ultima versione di Robin Hood, da noi intitolata, con molte fondamenta di verità per il prevedibile arrivo di sequel, Robin Hood – L’origine della leggenda.
Diamo atto, come minimo sindacale, al regista londinese di estrazione televisiva Otto Bathurst di aver allestito uno spettacolo formale di buon livello per una platea di fruitori adolescenziali. Basta? Ovviamente no. Anche perché di attacchi, fughe e piroette varie infilate in sequenza senza un minimo di spessore narrativo, ben presto ci si stufa. Ci sarebbe allora da osservare un certo sforzo nel processo di attualizzazione del contesto, a partire dai personaggi. C’è il villain per eccellenza, ossia il terribile sceriffo di Nottingham (interpretato da un Ben Mendelsohn in chiaro transito da ruoli di disperato a quelli da cattivo a tutto tondo, come nel recente Ready Player One) mutuato esplicitamente sulla figura di Donald Trump, mentre il pubblico italiano potrebbe notare qualche affinità con il “nostro” Matteo Salvini in tema di xenofobia recitata a mo’ di mantra. All’appello non manca la complicità di una Chiesa Cattolica forse mai ritratta in modo così nefasto da un blockbuster senza particolari pretese di approfondimento. Perciò gli affari sporchi tra le due facce del potere temporale imperano. Discorso a parte per colui che si opporrà a tale scempio perpetrato sulla pelle dei poveri cittadini del (simbolico) paese inglese, cioè dal Lord Robin di Locksley in arte Hood. Reduce da una delle assurde guerre crociate in medio – oriente – rese ancora più assurde dalle spiegazioni fornita nel corso del film – nonché depredato di tutti i suoi averi e soprattutto dell’amore della sua donna (Marian non più Lady ma autentica Donna del Popolo, nella fattispecie) che lo credeva morto in battaglia, si comprende alla perfezione la scelta di affidare il ruolo a Taron Egerton. Un onesto tentativo di bilanciare la monodimensionalità di un personaggio tutto dinamismo con il fisico “normale” e la simpatia sbarazzina dell’ottimo protagonista della saga di Kingsman. Peccato però che dietro la macchina da presa, per l’occasione, non ci sia Matthew Vaughn a fondere con sopraffina abilità le due componenti in teoria così distanti. Tacendo poi sulla figura del mentore Little John, arabo interpretato dall’afroamericano Jamie Foxx e, almeno secondo la sceneggiatura, libero di scorrazzare per Nottingham a volto scoperto in pieno clima da caccia alle streghe nei confronti del nemico, mentre il suo discepolo Robin conduce la sua vita sdoppiata, di giorno fintamente alleato con il potere e di notte predatore mascherato dello stesso. Vabbé.
Come sempre accade dunque, tirando le somme, volendo catalizzare quanto più pubblico possibile si finisce con il produrre un lungometraggio del tutto impersonale, classico film-giocattolo da dimenticare un istante dopo la fine della visione. Se nemmeno Ridley Scott è riuscito nell’impresa di rendere giustizia (artistica) all’eroe britannico per eccellenza con la propria versione datata 2010, allora possiamo benissimo assolvere anche quest’ultima, magari rimpiangendo, per non correre troppo indietro con la memoria, le atmosfere brumose di Robin Hood – Principe del ladri di Kevin Reynolds (1991) col sodale Kevin Costner protagonista, al tempo salutata quale piacevole e moderna rilettura del Mito mentre ora potrebbe solo fare la figura del tenero oggetto di modernariato. Come si suol dire “è il tempo che passa”. Inesorabilmente.

Daniele De Angelis

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