Red Rocket

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8.0 Awesome
  • voto 8

Vite “pornografiche”

Mikey (Simon Rex), ex attore di film per adulti attualmente molto male in arnese, fa ritorno in Texas dove aveva vissuto in passato, in un piccolo paese che pare un quadro surreale dipinto nel didietro del mondo. Lo attendono la moglie apatica nonché tabagista da cui è separato, la di lei madre, un vicino tanto ingenuo quanto irresponsabile, una spacciatrice di colore e soprattutto una teen-ager determinata a tutto dietro l’aspetto virginale. Seguiranno, inevitabilmente, disavventure di ogni tipo dal sapore tragicomico.
Sean Baker, il regista di questo Red Rocket, è perfettamente consapevole di cosa significhi, al giorno d’oggi, compiere un gesto cinematograficamente anarchico. Appoggiarsi ad una major (la Universal nella fattispecie) e realizzare, come suo solito, un lungometraggio ambientato nell’altra metà dell’America, quella popolata da reietti in cerca più o meno disperata di qualche soldo per poter sbarcare il lunario. Ma attenzione: Sean Baker, come dimostrato in opere quali Tangerine (2015) o Un sogno chiamato Florida (2017) non è un Ken Loach in versione a stelle e strisce, che con li suo cinema intende realizzare opere di sensibilizzazione orientate verso il pro (il cosiddetto proletariato) o contro qualcosa, cioè le distorsioni del capitalismo contemporaneo. Baker osserva asetticamente, senza in apparenza giudicare. Il significato politico, ovviamente presente, si insinua invece tra le righe del racconto, nello squallore di esistenze votate esclusivamente alla sopravvivenza. I sogni sono tramontati da un pezzo. Le speranze di un eventuale futuro comunque da decifrare si arenano di fronte all’evidenza di una realtà che appare del tutto immodificabile. Esattamente come nei titoli in precedenza citati. Con la sostanziale differenza che in Red Rocket, oltre a cercare con successo di riprodurre una realtà fatta di emarginazione, Baker la descrive con un ironico sorriso disegnato sulle labbra. Creando così un effetto, se possibile, ancor più stridente in coloro che guardano.
Presentato alla Festa del Cinema di Roma 2021 nella sezione Tutti ne parlano – scelta assolutamente corretta – dopo il passaggio in Concorso all’ultimo Festival di Cannes, Red Rocket riporta alla mente il miglior cinema di Harmony Korine, nel quale la discesa negli abissi della disperazione può anche tramutarsi, strada facendo, in ironica, amarissima, farsa. Mentre Donald Trump e Hilary Clinton si sfidano in una campagna elettorale che il primo definisce truccata prima ancora di vincere quelle elezioni (ma allora è un vizio!), ai piani molto più bassi ci si barcamena, tra legalità ed illegalità, allo scopo racimolare qualche dollaro. Viene a galla con movimento spontaneo l’eterna contraddizione degli Stati Uniti, straordinario paese delle opportunità riservate però solo a coloro che hanno i mezzi per poterle cogliere. Mikey e compagnia, come ovvio, non figurano nella cerchia dei “fortunati”. La regia di Sean Baker – anche sceneggiatore con Chris Bergoch – possiede l’indubbio merito di ricrearli e farli esistere. Senza voler riprodurre a tutti i costi l’effetto verità che permeava Un sogno chiamato Florida, ma anzi in qualche modo astraendoli in un contesto tanto degradato da apparire appunto surreale. Guadagnando così in urticante spirito critico. Un contrasto che alligna anche nella forma, dove la fotografia dai colori ipersaturi di Drew Daniels fa letteralmente a pugni con il racconto di una situazione ai limiti del vivibile. Ed è proprio questo a rendere Red Rocket opera assolutamente da non perdere: la perfetta riproposizione, a livello sia formale che di contenuto, dello stridente contrasto che permette agli States di essere il grande paese che sono. Sulla pelle dei più deboli, abbandonati a se stessi e al loro destino. Tutto giusto, si dirà. La natura è regolata sul sistema di forti che prevalgono sugli altri. L’importante è non appartenere alla parte “sbagliata”. Sarà per questo che guardare l’onirica sequenza finale, dai toni rosa shocking, fa ancora più male. Poiché tutti, ma proprio tutti, sono perfettamente consapevoli, dentro e fuori lo schermo, del fatto che non rimane null’altro se non l’epitaffio di un american dream esistente, almeno in determinati luoghi, solo nella fantasia. Di certo non nel cinema di Sean Baker.

Daniele De Angelis

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