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Savage House

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VOTO: 8,5

L’età dell’indecenza

Uscito a giugno un po’ in sordina e in un numero limitato di copie, Savage House di Peter Glanz ha rappresentato in realtà per chi scrive una delle scoperte più esaltanti della stagione, grazie a quel mix di cattiveria, degrado ed eleganza formale, sapientemente compressi nelle pieghe di un film in costume tanto curato nella ricostruzione ambientale quanto velenoso e ammiccante nei contenuti.

Sullo sfondo l’Inghilterra del XVIII secolo. Una coppia di aristocratici in declino, Sir Chauncey Savage (Richard E. Grant) e Lady Savage (Claire Foy), dopo aver dilapidato – soprattutto lui – il loro patrimonio in bagordi, gioco d’azzardo e scelte economiche avventate, ha l’occasione di riacquisire il prestigio sociale perduto ospitando nella loro magione due figure di prestigio come il Duca e la Duchessa di Devonshire, impegnati a visitare quella regione nonostante i rischi rappresentati da un’epidemia di vaiolo e dalle rivolte dei Giacobiti. L’occasione della vita ha però un prezzo alto da pagare, per i coniugi Savage: la loro dimora è in rovina da tempo, renderla degna di ospitare a cena gli altezzosi Duchi potrebbe costare un occhio della testa, sicché ciò che si presume possa farli salire di rango se qualcosa va storto potrebbe al contrario annientare definitivamente tale casata. In più, tra tresche, malcelate ambizioni personali e giochi erotici tra padroni e servi, i pochi domestici rimasti al servizio della coppia sembrano tramare qualcosa….

Fin qui abbiamo descritto sommariamente “cosa” accade in Savage House. Ma ciò che in realtà ha importanza è naturalmente il “come”. Peter Glanz, cineasta anglosassone da noi non così noto con all’attivo titoli come 7 giorni per cambiare (2014) e The Price of Admission (2017), nel concepire questa indiavolata black comedy in abiti settecenteschi ha raggiunto un equilibrio pressoché perfetto tra spunti satirici e derive grottesche, tra graffianti ironie e cura della componente scenografica, tra la crudeltà di fondo del racconto e una talora centratissima critica sociale. Parafrasando Scorsese, da L’età dell’innocenza si scivola verso una “età dell’indecenza” in cui gli stessi preparativi delle sontuose cene, dei balli o di altri eventi celebrativi dell’aristocrazia britannica degradano inesorabilmente, come a parodiare l’estetica di Downton Abbey, verso esiti pacchiani, conclusioni tragicomiche e momenti puramente autodistruttivi. Tutto sottolineato da dialoghi al vetriolo, spesso sguaiati, talora irresistibili. E anche la poetica del “duello” quale elemento da dissacrare ed estrapolare dal Mito, già affrontata brillantemente da Kubrick in Barry Lindon, fa capolino nel plot aggiungendovi note mordaci e ulteriore cattiveria.

La regia di Peter Glanz è inoltre ispirata. Da un lato enfatizza i dettagli – sovente osceni e decadenti – relativi all’ambientazione, ad esempio la preparazione del cibo, laddove anche le portate più pregiate come il fagiano e altra cacciagione rivelano qualcosa di purulento, di nauseante, di marcio. E dall’altro fa in modo che si crei comunque un forte, genuino interesse per i personaggi, da quelli più macchiettistici ai protagonisti stessi, la cui spirale discendente viene raccontata alternando nei loro confronti il classico “ghigno alla Franti” e quel minimo di immedesimazione e umana pietà, necessari al pubblico per empatizzare almeno in parte col folle progetto di ascesa sociale attuato, alquanto cialtronescamente, dai coniugi Savage. Impeccabile il cast. Aver preso poi quali protagonisti l’intensa Claire Foy e un impeccabile Richard E. Grant, la cui farsesca maschera giganteggia per tutta la durata del film, ha finito per fare la differenza. A colpi di classe. Così da incantare e stuzzicare gli spettatori fino al devastante epilogo.

Stefano Coccia

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