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Rapiniamo il duce

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Rapiniamo il duce
VOTO: 7

Il desiderio di rivalsa

Aprile 1945: siamo quasi alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Il capoluogo meneghino è raso al suolo e, pur essendo finzione, fa effetto vedere come la città sia ridotta in macerie (molto curata la ricostruzione sul piano scenografico – a cura di Giada Calabria – e dei costumi pensati da Andrea Cavalletto). Inizialmente vediamo Nora Venturini (ne veste i panni Isabella Ferrari, tra evocazione di femme fatale e spiazzamento nella sua evoluzione), che cerca – in quanto star del cinema muto e donna di un certo tipo – attenzioni dal suo Achille Borsalino (Filippo Timi), un gerarca fascista. S’intuisce come i nomi siano ben pensati, richiamando in questo caso un grande eroe greco, dietro cui, però, si può celare un’ironia sottile, in particolare pensando all’evoluzione e/o alle contraddizioni del personaggio.
Nel caos e nelle brutture della guerra lo spettatore si ritrova catapultato in un’altra situazione: in un edificio abbandonato Marcello (interpretato da Tommaso Ragno, il quale, ancora una volta nei lavori usciti nel 2022 – da Nostalgia a Ti mangio il cuore, da Siccità a My Soul Summer, pone in campo altre corde), reduce di guerra (ha una benda all’occhio destro) sta preparando qualcosa. Incontriamo così un ragazzo che ha scelto come nome di battaglia Isola (‘figlio d’arte’ di chi ha combattuto coi partigiani – un credibile Pietro Castellitto), il quale è diventato il re del mercato nero, guidato da un’unica legge morale: la sopravvivenza. La sua fidanzata clandestina, Yvonne (una Matilda De Angelis, a seconda del momento, fragile, seducente e coraggiosa) si esibisce nel locale notturno Cabiria (toccante l’esibizione di “Amandoti”) ed è ‘preda’ di Borsalino.
Mentre sono nel ‘covo’ Marcello intercetta una comunicazione cifrata, intuendone l’importanza, chiede ad Amedeo (Luigi Fedele) di scoprire il ‘rebus’. Il ragazzo rivelerà che Mussolini ha nascosto il suo immenso tesoro proprio a Milano – nella “Zona Nera” – in attesa di fuggire per la Svizzera, con l’intento di evitare cattura e forca.
Isola decide di mettere in atto un piano per recuperare «l’oro rubato agli italiani», chiamando all’appello tre persone che rafforzerebbero la squadra per le proprie peculiarità (Molotov/Alberto Astorri, Giovanni Fabbri/Maccio Capatonda ed Hessa/Coco Rebecca Edogamhe).
«La storia è in parte vera, in parte no. Il tesoro di Mussolini è veramente esistito. Non c’è certezza storica di che fine abbia fatto. Noi abbiamo immaginato una rapina condotta da un gruppo di ladri dediti soprattutto a sopravvivere, ispirati a personaggi veramente esistiti.
Rapiniamo il Duce (Robbing Mussolini) è un film d’epoca. È un film di rapina. È una storia d’amore. Ha tratti della commedia e trae ispirazione anche dal fumetto. Insomma ci sono tanti linguaggi mescolati insieme», ha dichiarato nelle sue note il regista e co-sceneggiatore Renato De Maria, sottolineando un punto centrale che effettivamente emerge e a gran forza: «credo che alla fine Robbing Mussolini sia soprattutto un film corale. Con attori meravigliosi che hanno dato vita a personaggi curati in ogni dettaglio». Questo aspetto è coltivato, passo dopo passo nella vicenda che si è scelto di rappresentare, guardando anche alla Storia. Potrebbe apparire un paradosso, ma assistendo al film ci si diverte anche in alcuni momenti, così come ci si ritrova a riflettere su quei tempi, su ciò che hanno compiuto gli esseri umani (nel bene e nel male) con un pensiero inevitabile verso il nostro oggi.
Presentato in anteprima alla diciassettesima edizione della Festa del Cinema di Roma nella sezione Grand Public, dal 26 ottobre è su Netflix.
«A quelli come noi la Storia li in…a sempre perché li vede come una nullità»… è da vedere se questa amara consapevolezza sia veritiera sempre.

Maria Lucia Tangorra

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