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Io sono l’abisso

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VOTO: 7,5

La rivoluzione dell’amore nel film di genere

Dopo La ragazza nella nebbia e L’uomo del labirinto, Donato Carrisi porta su grande schermo il suo nuovo thriller, Io sono l’abisso, segnando una svolta personale nel film di genere: quella dell’amore. È l’amore che spezza il cerchio del male, un circolo che altrimenti andrebbe avanti, tramandandosi nella stessa forma.

Quello scritto da Carrisi è un racconto di personaggi; per aumentare l’empatia con gli stessi, l’autore ha scelto di non dare loro un nome: i suoi protagonisti, nel libro come nel film, saranno semplicemente l’Uomo che pulisce, la Ragazzina col ciuffo viola, la Cacciatrice di mosche. Non c’è una detective story, centro del thriller è una buona azione che darà una direzione diversa al serial killer rendendolo vulnerabile, fino a spezzare il circolo del male. Non c’è mistero in Io sono l’abisso, eppure non mancano i colpi di scena; ma non arrivano dalla paura ma dal cuore.

Mentre sul ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno Manzoni ha raccontato la storia di Renzo e Lucia, su quello che volge ad occidente c’è un assassino che uccide mature donne bionde e le fa sparire nel lago; l’unica a capire cosa stia accadendo e ad investigare è la Cacciatrice di mosche, la Mamma che ha scelto di vivere in solitudine ed aiutare le donne vittime di violenza e che nel paese chiamano la Pazza. In questo scenario lineare si inserisce la storia della Ragazzina col ciuffo viola, che cambierà le sorti dell’Uomo che pulisce e della storia stessa.
L’Uomo che pulisce è lo spazzino del paese, che nella spazzatura raccolta trova la storia di chi l’ha gettata; mentre, scena dopo scena, lo spettatore assiste alla sua, arrivando a provare compassione per il bambino che è stato e l’uomo che è diventato.

L’assassino di Io sono l’abisso, che Carrisi ha costruito miscelando veri serial killer, da Luigi Chiatti a Jeffrey Dahmer (cui somiglia anche fisicamente) non ha un nome, perché non esiste; è il mistero dietro la porta verde, che si svelerà solo alla fine. Ma nel suo percorso, il Mostro viene umanizzato, sino a trovare una salvezza finale nel cuore della Ragazzina. Con Io sono l’abisso, Carrisi inserisce il dramma nel thriller; dando una storia al Mostro, umanizzandolo, spingendo lo spettatore a provare compassione per lui, sino alla sua purificazione nell’acqua prima dell’inevitabile conclusione, ma parallelamente dando voce anche alla Madre di un altro Mostro.

L’Uomo che pulisce, la Cacciatrice di mosche, la Ragazzina col ciuffo viola: ognuno di loro ha alle spalle una storia, un dramma, che rende il personaggio vero, umano, solo. L’abisso di Carrisi è anche questo: la solitudine dei suoi personaggi.
Una solitudine che l’incontro tra Uomo e Ragazzina spezza, arrivando a spezzare con l’Amore, non fisico, carnale, ma Sentimento Elevato, il circolo vizioso del Male e dando redenzione al primo nel cuore della seconda. Io sono l’abisso è una storia che non assolve nessuno; ma mostra quanto sia labile la distinzione tra Bene e Male e come quest’ultimo si ripeta, si tramandi, sempre nella stessa forma, fino a che un atto di Bene non cambi il percorso, spezzando la catena con l’Amore.

Michela Aloisi

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