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Poker Face

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VOTO: 5

A carte (s)coperte

Il miliardario Jake Foley invita alcuni amici d’infanzia nella sua villa di Miami per una partita a poker. Questi amici hanno un rapporto ambivalente con Jack, che è un manipolatore e ha escogitato un piano per prendersi una rivincita su ognuno di loro. Ma nella tenuta si introduce un pericoloso estraneo armato fino ai denti che vuole mettere le mani sulle preziose opere d’arte in essa custodite, trasformando quelle quattro lussuosissime mura in un campo di battaglia.
È sufficiente scorrere tra le righe della sinossi di Poker Face di e con Russell Crowe, nelle sale dal 24 novembre dopo l’anteprima ad Alice nella città della Festa del Cinema di Roma 2022, per scovare in essa la presenza di una molteplicità di anime che vanno a confluire prima nella trama e poi sulla timeline. Anime, queste, che a conti fatti fanno davvero molta fatica a coesistere data l’incapacità della scrittura dello stesso Crowe e dell’autore del soggetto Stephen M. Coates nell’amalgamarle e nel trovare il giusto equilibrio.
Si parte in pieno stile Stand by Me con il nastro cronologico riavvolto sino all’adolescenza del protagonista e dei suoi compagni dell’epoca, gli stessi che ritroveremo al tavolo da gioco diversi anni dopo a scommettere sulla loro stessa vita. E da qui si passa poi a quello che apparentemente, al netto di una linea mistery che sotterranea inizia ad emergere, a un qualcosa che vorrebbe in maniera funambolica mescolare un film sul poker come potrebbe essere un Rounders di John Dahl con altri in cui il tappeto verde e le carte diventano veicolo per raccontare una vicenda drammatica e thriller come nel caso del filosofico, complesso e disturbante Il collezionista di carte di Paul Schrader, oppure del gioiello di casa nostra che risponde al titolo di Regalo di Natale di Pupi Avati. E come se non bastasse, per alzare ulteriormente la posta in gioco, il Crowe sceneggiatore e regista rilancia chiude virando verso l’home invasion, con i ladri di turno che secondo le classiche regole d’ingaggio del filone in questione vogliono mettere le mani su qualcosa o qualcuno che si trova all’interno della topografia. E qui la lista di pellicole che si potrebbero chiamate in causa sono moltissime, ma per analogie la mente torna di default a Panic Room di David Fincher.
Questo cambiamento continuo di pelle che sulla carta vorrebbe offrire dei colpi di scena e delle spinte propulsive al racconto e alla sua messa in quadro, al contrario genera un cortocircuito drammaturgico che manda in frantumi le intenzioni iniziali. Prese separatamente e messe insieme, queste tessere del mosaico non danno forma e sostanza a una figura cinematograficamente compiuta e solida, minata all’interno da un meccanismo giallo che presenta crepe e che funziona a singhiozzo, specialmente quando si tratta di generare tensione da riversare sullo schermo. Ciò deriva da una sceneggiatura che esattamente come una partita a poker vede dei tentativi di bluff non andati a buon fine, con false piste e depistaggi che puntano a gettare fumo negli occhi per poi diradarsi senza avere avuto gli esiti sperati. Questo perché Crowe, per la sua opera seconda dopo l’altalenante dramma storico The Water Diviner, ha giocato davvero male le carte a disposizione, tentando un All-in già alla prima mano per poi capitolare. A risentirne sono in primis l’architettura narrativa e drammaturgica, poi di riflesso le one-lines e le caratterizzazioni dei personaggi che la popolano.
Viene da sé il capitolare di una messa in quadro che vede l’attore neozelandese duplicare gli sforzi agendo davanti e dietro la macchina da presa per provare a tenere a galla il film. Registicamente parlando eredita le carenze e i limiti della fase di scrittura, così come recitativamente, poiché il protagonista da lui interpretato e gli altri personaggi che gli gravitano intorno nel bene e nel male subiscono la stessa sorte. In tal senso, nel vedere Poker Face ci si chiede quanto poco sia servito a un attore del calibro di Russell Crowe collaborare e lavorare in tutti questi anni con registi e sceneggiatori di altissimo livello e da loro non avere imparato la lezione più importante, ossia quella che alla base di un buon film ci deve essere una buona sceneggiatura. Senza quella non si va da nessuna parte e il risultato lo dimostra.

Francesco Del Grosso

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