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Ti mangio il cuore

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VOTO: 7.5

Ruoli e deturpazioni di volti e anime

Ascoltiamo uno sparo… la macchina da presa guida il nostro sguardo, sfoca sul muro per poi abbassare l’obiettivo e inquadrare le persone appena uccise. La ferocia non è finita, coloro che hanno compiuto tutto ciò decidono di aprire i recinti e, come qualcosa che immaginiamo accada solo nei film – qui è la finzione a ispirarsi a modi di fare reali -, i maiali si avvicinano ai cadaveri, facendoci sentire, da diverse angolature, quanto siamo animali anche noi.
Solo quando ci è ‘concesso’ scopriamo che, nascosto, ad assistere alla mattanza c’era un bambino, il quale, rimasto solo cerca di fare l’unico gesto umano che in quel momento verrebbe spontaneo: scacciare i suini dai corpi dei famigliari.
Questo è l’incipit di Ti mangio il cuore di Pippo Mezzapesa, liberamente tratto dall’omonimo libro di Carlo Bonini e Giuliano Foschini (edito da Giangiacomo Feltrinelli Editore) «Nell’abisso del Gargano. Una storia feroce». Nel 2019 questo testo ha rappresentato la prima grande inchiesta sulla quarta mafia, quella del Gargano e della provincia di Foggia, la meno raccontata e conosciuta d’Italia.
‘Basta’ un taglio degli occhi che riempie lo schermo (esaltato ancor più dalla scelta del b/n) a comunicare alla platea di turno come quel bambino abbia perduto – semmai l’avesse avuta fino in fondo – l’innocenza assistendo a quella strage, smuovendo in lui sentimenti di vendetta. La famiglia Camporeale è stata sterminata dall’unico superstite dei Malatesta. Quegli occhi di uomo (Michele Malatesta, interpretato da Tommaso Ragno che lascia il segno in carne, testa e cuore, comunicando, ancora una volta, ma senza mai essere uguale alla precedente, ora con l’espressività, ora con parole ferme – talvolta veramente, nella prospettiva di Malatesta, amorevoli -, ora con la gestualità di chi conosce il proprio ruolo in quelle dinamiche – e semmai lo dimenticasse, glielo ricorda l’anello che porta alla mano destra, non a caso, all’anulare).
Quel taglio degli occhi resta stampato nella testa degli spettatori per tutto il film, come un marchio e riemergerà – consciamente e non.
Il promontorio del Gargano è conteso da criminali che sembrano venire da un tempo remoto governato dalla legge del più forte. Una terra arcaica da far west, con le processioni in cui le donne sono tutte vestite di nero e col velo (pur essendo nel 2004) e in cui il sangue si lava col sangue. A riaccendere un’antica faida tra due famiglie rivali è un amore proibito: quello tra Andrea (un credibile Francesco Patanè anche nel mutamento del personaggio), riluttante erede dei Malatesta, e Marilena (Elodie, alla sua prima prova cinematografica dimostra di aver saputo trovare un equilibrio nelle caratteristiche richieste dal ruolo), bellissima moglie del boss dei Camporeale. Una passione fatale che riporta i clan in guerra. Tutto sembra andare nella direzione di due contemporanei Romeo e Giulietta; la verità ha, però, un altro sapore. «Dobbiamo far piangere sangue a tutti», afferma un uomo del nucleo dei Camporeale, dopo un atto che diventa il primo passo per una nuova guerra.
Si può pensare di essere buoni, di non saper uccidere perché non lo si è ancora fatto e poi scoprire la parte oscura, rimasta latente, che comincia a prendere il sopravvento. Ti mangio il cuore (ci teniamo a chiarirlo) non vuole generalizzare su come si possa essere ‘spacciati’ per via del sangue che scorre nelle vene, anzi, mostra come si possa partire da quell’idea però, poi, se si asseconda quella parte di natura è un libero arbitrio.
Marilena, esiliata dai Camporeale (dove sono rimasti i due figli della relazione con Domenico), diventa ‘prigioniera’ dei Malatesta, deve fare i conti con una donna, Teresa, (porta i segni del dolore e di chi deve portare avanti il nome della famiglia e Lidia Vitale sa bene quali corde muovere in tal senso), che ha un’influenza sui figli – esplicita e non. Quando anche la ‘nuova’ realtà diventerà troppo per la giovane donna, tenterà una strada…
Va tenuto presente, ancor più di fronte a un film di genere come questo (per cui non basta un’unica etichetta) che il doppio gioco è dietro l’angolo, non tutti giocano a carte scoperte e solo facendovi trasportare dalla storia, alla fine, ricollegherete tutti i tasselli, andandovene con diverse domande sulla/e realtà che ci circonda/no.
Completano il cast di qualità Francesco Di Leva, Giovanni Trombetta, Letizia Pia Cartolaro, Giovanni Anzaldo, Brenno Placido e Michele Placido.
Il titolo del film racchiude la doppia anima di questa storia, fatta di spietatezza e passione. Il racconto di una faida sanguinaria, di una guerra per la vendetta, rinfocolata dall’amore impossibile tra Andrea e Marilena, due giovani che lottano per salvarsi, ma vengono risucchiati dal male e dalla sua ineluttabilità.
Da anni seguivo con attenzione il fenomeno delle faide che insanguinano il Gargano, un promontorio aspro, crudo, di estasiante bellezza. Lotte familiari che partono molto spesso da motivi futili, come l’abigeato, e si trasformano in stragi che si perpetuano per decenni.
L’omonimo libro inchiesta di Carlo Bonini e Giuliano Foschini, che offre una puntuale analisi delle organizzazioni criminali garganiche e scava nei meandri di una nuova mafia sconosciuta e spietata, mi ha spinto a immergermi totalmente in questo mondo, portandomi a conoscere Rosa Di Fiore, la prima pentita della mafia del Gargano. Una donna che, a causa dell’amore incoercibile per un uomo ‘proibito’, finisce nella prigione di una famiglia avversaria e che, sospinta dall’amore per i suoi figli, cerca una via di salvezza. Donna, madre, a cui il personaggio di Marilena è liberamente ispirato.
L’obiettivo del film è fare luce su un inedito e violento mondo criminale, che si muove in un contesto arcaico, imbestiato, in un promontorio della paura isolato dal mondo, abitato da gente che parla con un idioma crudo, permeato di sacralità, in cui l’unica legge che decreta la vita o commina la morte, è quella della montagna. Allo stesso tempo, l’intento è quello di raccontare una storia d’amore che tanto stride con tutto questo e che, proprio per questo, determina uno stravolgimento degli equilibri e conduce a un’inevitabile guerra tra due nuclei familiari.
Sangue, passione, bestie. È questo lo scenario che rende unico il racconto, che pur attingendo ai canoni del crime, narra una romantica e disperata storia d’amore. Tra due ragazzi di inconsueta bellezza, così distanti dall’umanità truce che li circonda, che potrebbero affrancarsi, essere diversi altrove […].
Ti mangio il cuore doveva essere in bianco e nero, l’ho capito da subito. Bianco e nero come i contrasti vitali, viscerali che volevo mettere insieme. Antico, ancestrale, animalesco. Un mondo in cui il sangue è nero.
E Ti mangio il cuore è anche un film in cui il sangue sgorga copioso, in cui l’avvicinamento all’azione è scandito da perduranti ritualità. La mia attenzione è stata puntata più sull’attesa dell’agguato, che sulla sua messa in atto, più sulle ripercussioni, sui segni che s’incidono nell’anima dei protagonisti.
Il tutto con la vibrante consapevolezza di percorrere un sentiero ancora incontaminato, con la curiosità viva di chi esplora e racconta materia magmatica, in grado di produrre un racconto bruciante e primitivo” (dalle note di regia).
Dopo essere stato presentato in concorso nella sezione Orizzonti a Venezia79, il lungometraggio arriva nelle sale il 22 settembre con 01 Distribution e da gennaio in esclusiva su Paramount + (un consiglio: non cullatevi dell’informazione che arriverà su piattaforma, per onor di cronaca vogliamo darla, al contempo ci permettiamo di suggerire di andare a vederlo innanzitutto in sala per goderne pienamente la visione).

Maria Lucia Tangorra

 

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