Race – Il colore della vittoria

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6.0 Awesome
  • voto 6

In terra straniera

Esistono opere cinematografiche – propriamente dette biopic – in cui lo spessore del personaggio realmente esistito travalica di gran lunga l’esito artistico del film stesso. Esempio lampante di tale “categoria” è Race – il colore della vittoria, incentrato sugli inizi ed i successivi trionfi della leggenda più splendente della storia dell’atletica leggera: Jesse Owens. Concorderanno nel giudizio anche i vari, più recenti, campioni come Carl Lewis e Michael Johnson, perché vincere quattro medaglie d’oro alle Olimpiadi di Berlino nel 1936, nei giochi che avrebbero dovuto celebrare, senza se e ma, la superiorità della cosiddetta razza ariana rappresenterà per sempre qualcosa dall’ineguagliabile valore simbolico.
Per certi versi allora è un vero peccato che l’intera produzione sia nata sotto il segno dell’understatement; a partire dal nome del regista, cioè quello Stephen Hopkins di formazione australiana – nel suo antico curriculum i tutt’altro che eccezionali Spiriti nelle tenebre (1996) e Lost in Space (1998), oltre al battesimo statunitense ottenuto nel 1989 sotto l’egida del buon Freddy Krueger con il quinto episodio della saga Nightmare – esecutore nemmeno brillantissimo di prodotti caratterizzati semplicemente da un decoroso intrattenimento. Eppure in Race Hopkins riesce a giocare con attenzione qualcuna delle numerosissime frecce al proprio arco. Interessante, tanto per citarne una, come nel film venga trattato l’aspetto razziale della vicenda umana di Jesse Owens: non sottolineando troppo lo scontato comportamento dei tedeschi nei suoi confronti (Hitler che “fugge” dalla tribuna d’onore per non stringergli la mano dopo una delle sue vittorie) ma anzi ribadendo più e più volte quanto la mala radice della discriminazione sia da sempre albergata in patria, ovvero in quegli Stati Uniti all’epoca tutt’altro che terra di pari opportunità ed eguaglianza. Assai significativo, per restare in argomento, il fatto che l’allora presidente Franklin Delano Roosevelt non abbia mai mandato nemmeno un telegramma di congratulazioni ad Owens a seguito della sua meravigliosa impresa sportiva. Insomma, tra i difetti presenti nel film non c’è la tentazione manichea di separare l’universo di Race in buoni e cattivi: il rivale tedesco Carl “Luz” Long si rivela nella gara olimpica – il salto in lungo – autentico campione di sportività e decisamente contrario alla propaganda del regime, così come Leni Riefensthal (Carice van Houten), regista in teoria “di comodo” da parte nazista dalle straordinarie capacità formali, si conferma donna capace di emanciparsi in nome dell’Arte. Mentre il responsabile statunitense della spedizione berlinese Avery Brundage (Jeremy Irons) dimostra di essere tutt’altro che insensibile al potere economico nazista.
Nel caso di Race dunque, al netto di digressioni un po’ troppo da soap opera sulle scarne vicende sentimentali nella vita di Jesse Owens, si potrebbe parlare di un lavoro corretto e diligente, se non fosse per la stridente mancanza dell’unico elemento che avrebbe dovuto esserci ad ogni costo, cioè l’emozione scaturita dall’epica di un’impresa sportiva senza eguali. In Race persino la maestosa atmosfera all’interno del monumentale stadio olimpico berlinese – peraltro sin troppo palesemente ricostruito in digitale – lascia lo spettatore alquanto freddo, privo di quella necessaria immedesimazione nei confronti di un protagonista – Jesse Owens, appunto, ben interpretato dal giovane Stephan James del recente Selma – La strada per la libertà – costretto suo malgrado ad affrontare una sfida enormemente più grande della semplice competizione sportiva. Race – Il colore della vittoria resta così una mezza occasione sprecata: un lungometraggio che avrà senz’altro soddisfatto in pieno le aspettative degli eredi di Owens, in primis le figlie che pare lo abbiano fortemente voluto; un po’ meno il cinefilo, che avrebbe gradito un’impostazione meno tradizionale, magari arricchita da un buon numero di libertà autoriali piuttosto che una contesto sin troppo timidamente filologico. Ma allora ci sarebbe voluto un altro budget e soprattutto un Michael Mann, tanto per fare un nome non a caso, al timone dell’intero progetto…

Daniele De Angelis

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