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Polanski, Horowitz. Hometown

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VOTO: 7,5

Attenti a quei due

Festa del Cinema di Roma 2022, “Special Screenings”: setacciando da quelle parti abbiamo infine trovato una perla. Non tanto per l’approccio e i valori formali del documentario, che è al contrario fin troppo classico, lineare, “pulito”. Ma per la capacità degli autori, Mateusz Kudla e Anna Kokoszka-Romer, di mettersi totalmente al servizio dei due protagonisti, del loro incontro, dei loro ricordi (comuni e non), della loro sofferenza passata, delle loro piccole gioie quotidiane, delle loro vicende biografiche in cui riescono a convivere uno straordinario talento artistico e i così tristi effetti della “Banalità del Male”. Da quel vissuto, del resto, riaffiora inesorabilmente una delle pagine più oscure e al contempo vivide della Storia del Novecento.

Come è già il titolo a esplicitare, Polanski, Horowitz. Hometown accompagna un viaggio (che rappresenta anche, per loro, il temporaneo ritorno in patria) di due grandissimi artisti, un Maestro del cinema che crediamo non abbia bisogno di ulteriori presentazioni, ed un fotografo di fama mondiale. Naturalmente stiamo parlando di Roman Polański e di Ryszard Horowitz, entrambi provenienti da famiglie ebraiche sulle quali ai tempi della Seconda Guerra Mondiale si riversò, nella Polonia occupata, tutta la ferocia nazista.
Ci sono circostanze in cui l’eccellenza si fa umile. Proprio perché questa è una prerogativa degli spiriti eccellenti. Difatti qui li vediamo attraversare le strade e le piazze della loro Cracovia, città peraltro stupenda, nonché ricca di Storia, rimembrando cose importanti del passato ma intavolando al contempo qualche conversazione con perfetti sconosciuti, visitando luoghi pubblici e commuovendosi all’improvviso di fronte alle trasformazioni che hanno subito case o altri edifici della loro infanzia, affrontando con la voce rotta dall’emozione episodi tragici ma ritrovandosi poi a scherzare su qualche peluzzo inopportuno che fa capolino dal naso.

Ecco, a conquistare lo spettatore non è soltanto il velo di malinconia posato su tali ricordi; sono pure quei lampi di ironia, quegli scorci così intensi e magari persino grotteschi, paradossali, con cui i due sanno sublimare il peso di un’infanzia vissuta rischiando costantemente la vita e perdendo persone care.
Scopriamo così che le vicende personali del piccolo Horowitz si erano allora incrociate con l’operato di un noto benefattore come Oskar Schindler. Mentre i trascorsi del giovanissimo Polański sono forse più noti alle masse, avendoli lui già sapientemente parafrasati, trasfigurati, in quel capolavoro che è Il pianista; ma è comunque emozionante sentirlo qui raccontare in modo ancora più diretto storie relative alla sua famiglia, alle prove durissime che essa dovette affrontare durante la guerra. La memoria dell’Olocausto si mescola così, in Polanski, Horowitz. Hometown, con le lunghe deambulazioni nella città polacca di due vecchi amici, che la vita ha messo a dura prova senza intaccarne però l’ingegno, l’arguzia, lo humour, l’empatia, quella stessa profonda umanità, di cui trapela l’essenza in ogni loro dialogo, oltre che nelle opere alle quali devono notorietà e ammirazione.

Stefano Coccia

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