Paterson

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9.0 Awesome
  • voto 9

Poesia che rinasce

Il Cinema di Jim Jarmusch è un balsamo ristoratore per tutti coloro che amano la Settima Arte. E Paterson – che approda meritoriamente nelle nostre sale nel periodo festivo, dopo il passaggio in concorso al Festival di Cannes 2016, con encomiabile scelta tempistica da parte della distribuzione denominata Cinema – ne è per molti versi la testimonianza più cristallina. Una storia semplice, essenziale, da parte di un autore spesso abituato a rimodellare i generi prima di giungere alle proprie conclusioni: quelle di un’umanità protesa ad inseguire un qualcosa di troppo indefinito per non essere anche sfuggente. L’unicità di Paterson si intuisce immediatamente, nell’ambito di una trama che racconta di un personaggio, di nome appunto Paterson, che vive e lavora come autista di autobus nell’omonima cittadina post-industriale di Paterson, New Jersey. Qualcosa di più di una coincidenza vivente.
Tutto il film si condensa nella rappresentazione di una quieta esistenza di routine, nell’osservazione entomologica di otto giorni della vita del giovane protagonista e della variegata fauna che lo circonda. Il suo rapporto sentimentale con la bellissima Laura, eclettica pasticcera in pectore e aspirante cantante country, con una predilezione per il bianco ed il nero, nonché la convivenza con il di lei cane Marvin, bulldog inglese che avrà nel finale il suo momento di “gloria” nell’economia del racconto. Ma Jarmusch non sarebbe Jarmusch se non riprendesse questa quotidianità da una prospettiva decentrata, quella di una ricerca poetica capace di insinuarsi nelle pieghe più nascoste di una realtà in apparenza banale, che qualcuno potrebbe persino trovare opprimente nella sua coazione a ripetere. Per questo Paterson non è tanto una lezione sull’arte del vivere, nel nome di un didascalismo che non appartiene affatto al suo autore; più che altro è un soave pro-memoria sull’importanza di percorrere strade meno battute anche e soprattutto in giorni che sembrano l’uno uguale all’altro, incontrando le medesime persone le quali solo grazie ad una conoscenza approfondita riescono ad apparire differenti da ciò che sembrano. Paterson – benissimo interpretato da un attore in crescita esponenziale come Adam Driver, sempre molto coraggioso nelle scelte professionali – lotta contro il Tempo inteso come progresso frenetico, rifiuta per scelta le tecnologie moderne che lo costringerebbero ad essere sempre rintracciabile e quindi condannato a ritmi non sostenibili. Lui ha scelto la Poesia, nell’ampiezza più totale del termine, come unica chiave di lettura per interpretare il mondo circostante, piccolo o immenso che esso sia. Oppure come possa apparire ai suoi occhi. A maggior ragione quando una piccola poetessa bambina lo incanta con versi di cui Paterson riconosce subito il valore, forse anche superiore al proprio; ma ciò accade in una dimensione ideale dove regna il confronto e non la competizione accanita.
Facendo un parallelo con un altro grande cantore del cinema americano contemporaneo, potremmo affermare che Paterson sta alla filmografia di Jarmusch come Una storia vera (1999) sta a quella di David Lynch. Entrambi i lungometraggi deviano dai percorsi consueti per ribadire, attraverso l’espressione degli inconfondibili segnali autoriali che contraddistinguono i due cineasti, la loro visione sull’essenza (imperfetta) della vita: un percorso di ricerca che forse avrà termine solo con la morte fisica. In Paterson il protagonista è costretto all’elaborazione di un “lutto” anomalo e personalissimo, cioè la perdita del suo prezioso taccuino su cui annotava la propria visione del mondo. Salvo poi scoprire, nel classico finale alla Jarmusch intriso di inaspettata magia, che il ciclo può sempre riprendere, se il desiderio di fondo è quello di mantenersi vivi. Perché al tirar delle somme Paterson è un film romantico nel senso maggiormente completo del termine, quello verso se stessi e il mondo circostante. E dove il profondo umanesimo dell’autore nativo di Akron si esprime nell’unico modo a lui conosciuto: credere nel surrealismo per viaggiare un gradino oltre le sofferenze comuni. A qualcuno dei personaggi della propria filmografia l’impresa riesce, ad altri no. Così va la vita. Ed è bellissimo che, ogni tanto, qualcuno ce lo ricordi.
Cari lettori, per le imminenti feste fatevi un bel regalo e andate a vedere Paterson. Non ve ne pentirete.

Daniele De Angelis

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