Raving Iran

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Il documentario “rubato”

Due giovani ragazzi ed il loro grande sogno: avere successo come deejay. Quante volte ci è capitato di imbatterci in una storia del genere? Moltissime, senza dubbio. Eppure una vicenda simile può avere infinite varianti ed i più impensabili sviluppi, a seconda del contesto in cui è ambientata. Di certo, ad esempio, la vita si preannuncia non facile se i due ragazzi – appassionati di musica techno ed house – vivono in Iran, dove una musica del genere è illegale e viene duramente perseguita dalla polizia addetta alla salvaguardia della morale pubblica. La storia di Anoosh ed Arash – due giovani iraniani che per anni si sono scontrati con un sistema così proibizionista – ci viene raccontata dalla giovane regista tedesca Susanne Regine Meures nel suo coraggioso documentario Raving Iran, presentato alla nona edizione del Visioni Fuori Raccordo – Rome Documentary Fest, all’interno della sezione Visioni Internazionali – HomeLANDS.
Si fatica, inizialmente, a capire cosa stia avvenendo, in realtà, davanti alla macchina da presa: inquadrature sghembe, ambienti apparentemente bui ed angusti, frasi lasciate a metà non sono certo d’aiuto a capire in che genere di contesto ci si stia muovendo. Eppure, man mano che la narrazione va avanti, ci rendiamo conto che i due giovani che fin dai primi minuti ci sono apparsi sullo schermo stanno per organizzare qualcosa di illegale. Ma cosa? Nulla ci viene svelato fino a quando – una volta che i ragazzi si sono spostati in un ambiente all’aria aperta e lontano dalla città – non danno finalmente via ad un vero e proprio rave clandestino. Ed ecco che, finalmente, anche lo spettatore può prendere fiato e sentirsi, in qualche modo, liberato, vedendo i numerosi ragazzi presenti ballare spensierati ed osservando le loro sagome in controluce, illuminate solo dalla luna. La musica, ovattata, diviene, ormai, solo un mero espediente finalizzato al raggiungimento di qualcosa di ben più importante: la libertà di espressione. Ma tutto questo che abbiamo appena visto, seppur di grande impatto, è solo l’inizio.
Rischiando più volte di essere ella stessa arrestata, la Meures segue i due giovani deejay nella loro quotidianità, durante le trafile burocratiche per ottenere il permesso di vendere la propria musica, durante la ricerca di una tipografia disposta a stampare le copertine dei loro album e durante i loro “incidenti di percorso” con la polizia locale, costretta il più delle volte a filmare di nascosto – talvolta ricorrendo anche all’aiuto di un cellulare – ma riuscendo sempre a cogliere i momenti più interessanti.
Volendo sorvolare la questione politica iraniana, ecco che – più per necessità che per scelta – ci troviamo davanti ad un vero e proprio cinema del reale, che per poter essere creato può soltanto essere “rubato”. Un cinema diretto ed immediato, che non può permettersi particolari velleità stilistiche, ma che – proprio per il grande impatto emotivo di ciò che racconta – risulta assolutamente necessario. Oltre al desiderio di raccontare una storia come quella di Anoosh e di Arash, è soprattutto la passione per la Settima Arte che qui risulta evidente. Passione che va di pari passo all’amore dei due deejay per la musica e che, analogamente ad esso, porta al superamento di non pochi ostacoli pur di trovare un proprio compimento.
Questo è Raving Iran: un documentario che andava girato a tutti i costi e che – al termine della visione – ci fa sentire arricchiti, oltre che particolarmente carichi. Ulteriore dimostrazione di quanto tutti noi abbiamo bisogno del Cinema in tutte le sue forme.

Marina Pavido

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