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Oceania

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VOTO: 5,5

Ritorno (versione live-action) in Polinesia

“A volte ritornano”. Un po’ troppo spesso, forse… da tempo fa discutere, in merito a un innegabile calo di ispirazione, la politica della Disney orientata a produrre costosi, impegnativi lungometraggi live-action sulla scia dei loro film d’animazione di maggior successo. Non è del resto soltanto la Disney a provarci. La DreamWorks (in collaborazione con Universal Pictures) di recente ha fatto lo stesso con Dragon Trainer (2025), tanto per dire. Operazione, quest’ultima, condotta anche piuttosto bene. Ma il tabellino di marcia a livello quantitativo è per gli altri senz’altro più consistente: La bella e la bestia (2017), Il re leone (2019), La sirenetta (2023) e Mufasa – Il re leone (2024) testimoniano questa evidente propensione.
L’elenco è destinato ad allungarsi nell’anno in corso grazie a Oceania (Moana) di Thomas Kail, che a breve avrà la sua anteprima italiana ufficiale al Giffoni Film Festival 2026, per poi sbarcare in sala con una regolare distribuzione nelle settimane successive, il 19 agosto. Noialtri ci siamo potuti confrontare col film all’Adriano di Roma, dove è avvenuta l’anteprima per la stampa, ma alcuni sospetti della vigilia ne sono usciti purtroppo confermati.

La Disney, incassato nel mentre il successo di Oceania 2, aveva posticipato l’uscita del remake live-action del primo film. E per quanto la giovanissima Catherine Laga’aia nei panni dell’eroina Vaiana Waialiki e un inedito Dwayne Johnson alias “The Rock” dalla folta chioma nelle esotiche vesti del semidio, Maui, regalino qualche siparietto divertente, la confezione ricca e sgargiante di tale “blockbuster” solleva dubbi sin dalle prime battute. Nonostante infatti la professionalità e a tratti anche l’ispirazione, profuse nella realizzazione delle parti in computer grafica, la pur fluida, sgargiante resa dei fondali e delle scenografie nulla aggiunge allo strabiliante effetto dell’animazione realizzata circa dieci anni fa; se il primo Oceania aveva aiutato la casa di produzione americana a rilanciarsi non solo per il fascino di una storia dai valori ancestrali, ma anche per uno studio del movimento, dell’elemento acquatico e delle trasparenze decisamente all’avanguardia, qui si campa in un certo senso di rendita.

Nelle sue linee guida l’impianto narrativo è rimasto lo stesso: la giovane figlia del capotribù dell’isola Motunui e perciò principessa, Vaiana, riceve una sorta di iniziazione dall’oceano e cresce nutrendo un profondo amore e una grande passione per il mare, venendo però osteggiata dalla sua famiglia, in particolare dal padre Tui. Cresciuta, scopre il ricco passato inerente alla navigazione della sua gente e, incoraggiata dalla nonna Tala, decide di intraprendere un viaggio oltre la barriera corallina, dove avrà come compagno di ventura il famigerato semidio polinesiano Maui, che coi suoi poteri la aiuterà a comprendere certi misteriosi accadimenti e a ristabilire l’ordine perduto.
Se la trama non presenta scossoni, sono la verve della protagonista e la sfrontatezza di “The Rock” col capello posticcio a reggere il gioco, regalando qualche sketch godibile al pubblico.
Gli ingredienti rimangono gli stessi del prototipo, quindi, ed acquisita la capacità di trasporre tali contenuti in una cornice curata e tecnicamente ineccepibile resta la qualità dell’azione a ben figurare, coi personaggi in carne e ossa che tentano comunque di lasciare un’impronta: Dwayne Johnson in parte ci riesce con la sua autoironia, Catherine Laga’aia rivela dal suo un bel talento, ma l’insieme rischia ugualmente di apparire zuccheroso, fiacco e derivativo.

Stefano Coccia

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