Ouragan, l’odysee d’un vent

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9.0 Awesome
  • voto 9

Nell’occhio del ciclone

Da un ventennio a questa parte, la Settima Arte ha sfornato un numero considerevole di disaster movie, nella stragrande maggioranza dei casi provenienti dagli Stati Uniti. Questo vero e proprio sottogenere ha portato sul grande schermo una serie di catastrofi e calamità, naturali o meno, ispirate a eventi realmente accaduti oppure frutto dell’immaginario degli sceneggiatori di turno chiamati a esorcizzare le paure collettive: dalla cometa che sta per colpire la Terra di Deep Impact allo tsunami di The Impossible, dalla glaciazione di The Day After Tomorrow allo spegnimento nel nucleo di The Core, passando per i tornado di Twister, la rottura della crosta terrestre di San Andreas, il maremoto de La tempesta perfetta, il terremoto di Magnitudo 10.5 di John Lafia, l’eruzione di Volcano e persino le profezie Maya di 2012. Fino a quando quelle calamità mostrate nei suddetti film si abbattono sugli spettatori di una sala cinematografica senza provocare vittime e devastazioni possiamo restare tranquilli e “goderci” lo spettacolo, ma se al contrario dovessero, come è purtroppo successo, accadere nella vita reale allora quello show smette di essere un ludico intrattenimento per diventare il racconto vero di una tragedia.
E qui entra in gioco il “cinema del reale” e tutti quei registi che, con le rispettive opere, hanno contribuito a lasciare una memoria, raccontando e documentando con il potere delle immagini quanto accaduto. Tra questi un contributo molto importante alla causa porta le firme di Spike Lee e Jonathan Demme. Il primo in When the Levees Broke: A Requiem in Four Acts (premio “Orizzonti” alla 63ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia) narra delle devastazioni provocate dall’uragano Katrina nella città di New Orleans, mentre il secondo, con I’m Carolyn Parker: the Good, the Mad and the Beautiful, segue l’ultima persona che ha lasciato il suo quartiere quando giunse l’ordine di evacuazione per l’arrivo di Katrina nell’estate del 2005 e la prima a tornare nella comunità devastata quando le acque si sono ritirate.
Ora tocca alla coppia formata da Andy Byatt e Cyril Barbançon mostrarci la forza devastante della natura, scaraventandoci senza se e senza ma direttamente nell’occhio del ciclone, per la precisione in quello di Lucy. In Ouragan, l’odysee d’un vent, presentato alla decima edizione della Festa del Cinema di Roma nella sezione Selezione Ufficiale, i due registi si lanciano in un viaggio di 15mila km sulle tracce di uno degli eventi più devastanti del nostro pianeta: l’uragano atlantico. Il loro è un vero e proprio inseguimento senza sosta che non si limita a documentare il dopo, arrivando lì dove l’uragano si è abbattuto, ma anche il prima e il durante. Lungo il percorso raccoglie testimonianze e storie di uomini e donne che ne sono stati vittime, ma lo fa evitando l’approccio delle interviste frontali a favore di un flusso orale che si va a depositare sulla timeline a commento delle terrificanti immagini. Non è solo il resoconto drammatico della devastazione, ma anche la cronaca in diretta del suo nascere, crescere e morire. Un ciclo letale, quanto distruttivo e sconvolgente, ma al tempo stesso fondamentale per la vita sulla terra e per il suo equilibrio.
Per realizzarlo, Byatt e Barbançon si muovono lungo la direttrice topografica non lineare e imprevedibile di Lucy, passando dal Sahel africano, dove da lieve e innocuo alito di vento si trasforma velocemente in un “mostro” che, schiacciata Puerto Rico e Cuba, si dirige senza esitazione verso la tappa finale del suo tour di morte in quel della Louisiana. È lui il protagonista assoluto della pellicola, al quale gli autori danno persino voce come se fosse proprio lui a raccontare e raccontarsi, con gli umani e gli animali costretti a vestire i panni di spettatori passivi e inermi. Quest’ultimi possono solo cercare riparo o fuggire davanti alla furia distruttrice di una natura impietosa, che non risparmia niente e nessuno. Al suo passaggio scoperchia i tetti delle case, rade al suolo villaggi e quartieri, stradica gli alberi e spazza via ogni cosa, animata e inanimata, che incontra sulla micidiale traiettoria che contro ogni previsione ha scelto di seguire.
Il risultato è un’opera mozzafiato capace di andare al di là del classico documentario/reportage scientifico-naturalistico per offrire allo spettatore di turno un esempio di cinema a 360°, di quelli che lasciano un segno nella retina e nella mente di chi guarda. Uno spettacolo, questo, che trova nella visione stereoscopica una fonte ulteriore di arricchimento, alla pari dello straordinario lavoro di montaggio e sul suono che contribuiscono ad elevare all’ennesima potenza il livello di coinvolgimento del fruitore. Ci troviamo, infatti, in presenza di uno dei migliori 3D messi a disposizione di un documentario insieme a Pina di Wenders e Cave of Forgotten Dreams di Herzog. Il suo utilizzo aumenta la spettacolarità delle scene catturate dalle macchine da presa di Byatt e Barbançon, restituendo sullo schermo immagini avvolgenti e travolgenti. Travolgenti nel vero senso della parola, poiché la platea viene risucchiata anch’essa nel vortice di 1300 km di diametro, con correnti che sfiorano i 200 km/h e onde alte come palazzi di sei piani, tra fulmini e saette. Ma al di là dei già decantati meriti tecnici, da sottolineare è soprattutto il coraggio dimostrato dai registi nel filmare sempre e comunque, anche in condizioni che per tantissimi altri addetti ai lavori sarebbero state proibitivi. Invece loro sono lì faccia a faccia con l’uragano, alternando il sotto, la superficie, il sopra e persino l’oltre, così da consegnare al pubblico la visione completa dell’evento con ogni genere di controcampo, persino spaziale. Questo coraggio finisce con il fare la differenza, proiettando Ouragan, l’odysee d’un vent ai piani alti della produzione documentaristica mondiale dell’ultimo ventennio.

 Francesco Del Grosso

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