The Propaganda Game

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8.0 Awesome
  • VOTO 8

Pyongyang Rhapsody: la Corea del Nord tra leggenda e realtà

In questi anni, pur con le ovvie difficoltà legate al carattere così impenetrabile del “regno eremita”, sono parecchi i documentari che hanno preso di petto l’enigma rappresentato dal regime nordcoreano, di sicuro tra i più controversi al mondo. Alcune di tali opere si sono rivelate oltremodo interessanti, stimolanti e riuscite. Questo è senz’altro il caso del lavoro firmato dallo spagnolo Álvaro Longoria, The Propaganda Game, che ha destato grande curiosità nelle giornate conclusive del Festival di Roma.

Uno dei presupposti più comuni di quei documentari che provano a raccontare la Corea del Nord dall’interno è il rituale viaggio a Pyongyang, la capitale: viaggio filtrato ovviamente da mille occhi indiscreti, dall’impossibilità di lasciare l’albergo o allontanarsi dal gruppo senza le guide e i fidatissimi accompagnatori del partito, dall’ineluttabile prassi di un tour organizzato fin nei minimi dettagli, che mostri soltanto la (presunta) magnificenza, popolarità del regime, ed eviti coscienziosamente qualsiasi elemento critico, qualsiasi segno di scontento o di malessere.
Anche The Propaganda Game va a inserirsi su un simile tracciato. Ma lo fa abilmente, aggiungendo un ulteriore tocco straniante ed altri approfondimenti, di natura composita, che meritano la massima considerazione. Già il motivo per cui Álvaro Longoria ha ottenuto un accesso privilegiato al blindatissimo paese asiatico coincide con un fatto assai rilevante: grande astuzia del cineasta iberico è stata contattare personalmente un suo connazionale, Alejandro Cao de Benòs, e cioè il solo straniero a lavorare ad alti livelli per il governo del “maresciallo” Kim Jong-un, con l’emblematico titolo di “Delegato Speciale della Commissione per le Relazioni Culturali con l’Estero”.
La storia di questo individuo è paradossale. Sostenitore dell’estrema sinistra spagnola in gioventù, deluso però dalla scarsa intraprendenza politica dei partiti presso i quali aveva militato, decise di compiere un viaggio in Nord Korea e ne rimase tanto affascinato da farsi praticamente adottare, fino a diventare a sua volta una pedina importante del regime. Qui il suo ruolo di guida aggiunge, per Álvaro Longoria e per la troupe del film, una nota grottesca, sottilmente inquietante, che va a sommarsi all’impatto delle tappe obbligate di cotanta trasferta: il rendere omaggio agli elefantiaci e solenni monumenti dedicati ai leader nazionali; i rari colloqui in strada o in altri luoghi pubblici con cittadini dall’aria lievemente turbata, che sudando freddo ripetono a macchinetta slogan pretestuosi e vuoti dello Juche; un surreale sopralluogo nella famosa zona demilitarizzata tra le due coree; la visita a luoghi di svago ameni e spesso ultra-moderni, che paiono però riservati ai fedelissimi del partito e soprattutto dell’esercito, sua colonna portante.

Da tale attenta ricognizione esce fuori il ritratto di una società chiusa, a tratti incomprensibile, che però tra le righe ti parla, svelando anche tramite le risposte preconfezionate degli intervistati una sorta di “bispensiero orwelliano”, dovuto sia ai condizionamenti offerti da un sistema scolastico/informativo di natura auto-celebrativa (vedi la versione rimaneggiata dello scoppio della Guerra di Corea, che viene fatta circolare nel paese), sia alla necessità di conservare una posizione privilegiata da parte di una neanche così ristretta classe di burocrati e militari.
Fin qui, però, The Propaganda Game si limita a ricostruire con una certa attendibilità antropologica e sociologica gli stili di vita esibiti in quell’immenso “villaggio di Potemkin”, che è la capitale nordcoreana. Il vero salto di qualità avviene allorché si amplia il raggio del discorso, instaurando un fecondo parallelo tra la macchina propagandistica allestita all’interno del paese, così farsescamente in bilico tra gli usi feudali di una monarchia orientale e una perversa parafrasi del pensiero marxista, e le quasi analoghe distorsioni della realtà operate dai media occidentali, non meno cinici nel servire altri interessi. Sì, perché dalle interviste a politologi, studiosi e giornalisti esperti di quella realtà, nonché dal materiale ricolmo di esagerazioni e persino di cronache inventate reperibile in rete, emergono zone d’ombra non trascurabili anche nel genere di critiche che alla Corea del Nord vengono mosse da paesi capitalisti, come l’America, quasi mai con la coscienza completamente pulita. Da qui l’impressione di un grande inganno a carattere globale, di un cumulo di mistificazioni servite sul piatto da ambo le parti, che nell’inquadratura finale trova perfetta sintesi.

Stefano Coccia

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