Game Therapy

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3.0 Awesome
  • voto 3

Beato il popolo che non ha bisogno di uno “youtuber”

O tempora o mores. E almeno di fronte a questa evidenza, bisogna dichiarare la resa: in una edizione del Festival di Roma che ha visto passare in sala diversi bei film, ma che non ha riservato al tradizionale red carpet e al passaggio delle grandi star del cinema mondiale l’attenzione degli altri anni, è stata la presenza di un manipolo di popolari, italicissimi youtuber a suscitare scene di divismo esasperato da parte di un pubblico adorante, pubblico composto perlopiù da under 18 di ambo i sessi. Con buona pace della stessa Bellucci, che il suo codazzo di fan sfegatati ce l’ha avuto pure stavolta, ma non era nulla di paragonabile. Se come il sottoscritto non rientrate nella fascia anagrafica di coloro che hanno tra i 12 e i 17 anni, è probabile che prima di Game Therapy i nomi dei vari Favij, Clapis, Decarli e Zoda vi risultassero pressoché ignoti. Eppure ci sono anche loro tra i nuovi idoli della rete. Resi popolari da Youtube, costoro sono diventati a suon di contatti un punto di riferimento per il popolo dei gamer, per quei nerd del nuovo millennio che paiono filtrare qualsiasi relazione interpersonale attraverso il gergo e le abitudini offerte da videogame sempre più realistici, social network, episodi di cyberbullismo ed approcci ancora embrionali alla famosa/famigerata “realtà virtuale”. I toni di questa nostra introduzione ci faranno senz’altro passare per “parrucconi”, per persone che non vogliono stare al passo coi tempi. Ma se queste sono anticipazioni del futuro, tanto vale riabilitare il bistrattatissimo Uomo di Neandertal: è difatti lo stesso film a mettere in mostra l’immaginario povero e solipsistico di una generazione svuotata di curiosità per la vita reale, fondamentalmente anaffettiva, talmente disinteressata a un vero confronto col mondo adulto da interpretare il rito di passaggio, adombrato nel plot, come fuga verso una “virtualità” che sostituisce qualsiasi altro valore.

Se in Game Therapy le scenografie da parco tematico e certe piccole ambizioni narrative finiscono per parafrasare gli stilemi di The Matrix, o del nostrano Nirvana, il confronto artistico coi suddetti modelli è quello che ci potrebbe essere tra gli scarabocchi di un bambino delle elementari e gli schizzi di Leonardo Da Vinci e di Michelangelo.
Nel corso del racconto si osserva come i due protagonisti, amiconi “sfigati” e solitari interpretati dai già citati Favij e Clapis, sfoghino le loro ataviche frustrazioni, dovute a rapporti deludenti tanto coi propri famigliari che con i coetanei, compiendo ripetute missioni in un mondo virtuale ricalcato sui giochi più famosi del momento e scovato dai due grazie ad alcuni indizi, lasciati in giro per i player di tutto il pianeta da un abile programmatore. Di per sé l’idea, seppur non nuovissima, poteva anche essere eccitante. Ma la resa filmica è così scontata e avvilente, che a definire lo scombinato lungometraggio firmato Ryan Travis un “The Matrix all’amatriciana” gli si fa quasi un complimento. Sono soprattutto i dialoghi e le interpretazioni dei giovanissimi idoli della rete a lasciare un segno, ovviamente negativo. Che si tratti di rimorchiare, in modo patetico, la strafiga di turno, oppure di riaccogliere in casa un fratellone fissato con l’India e la meditazione, la cornice milanese (dove il bullo di turno non nasconde però un accento romanaccio) e i siparietti cui vanno incontro Favij e Clapis li fanno sembrare quasi la versione adolescenziale e, ahimè, del tutto inconsapevole de I soliti idioti. Cloni involontari, insomma, le cui improbabili battute danno vita a quello che per molti è già lo “scult” italiano dell’anno.

Stefano Coccia

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