Match Point
Non vi è alcun dubbio che quello che sta attraversando Timothée Chalamet sia davvero un momento d’oro. Personaggi come quelli di Paul Atreides nei due capitoli di Dune, di Willy Wonka nel musicale Wonka e di Bob Dylan in A Complete Unknown, lo hanno una volta per tutte consacrato presso il grande pubblico e agli occhi degli addetti ai lavori. Per l’attore statunitense, che ha appena conquistato il suo primo Golden Globe ed è in corsa per la prestigiosa statuetta gli Oscar, dopo le nomination ai BAFTA e agli Actor Award, indossare i panni del protagonista di Marty Supreme, oltre a permettergli di collezionare i meritati riconoscimenti di cui sopra, ha rappresentato anche il ruolo della maturità, quello della definitiva credibilità artistica. La sua straordinaria performance nella pellicola di Josh Safdie, nei cinema nostrani dal 22 gennaio 2026 con I Wonder Pictures, è sicuramente il valore aggiunto e l’ulteriore spinta propulsiva per l’opera. Il contributo di Chalamet a conti fatti finisce con il pesare e non poco sulla riuscita del film, che con lui sale e non di poco di livello e di hype.
Pur non trattandosi di un biopic, il protagonista di finzione, che qui viene battezzato Marty Mauser, un abile hustler del tennistavolo proveniente dal Lower East Side, è liberamente modellato sulla personalità, sullo stile e sul mito di Martin ‘Marty’ Reisman, detto The Needle (sia per la corporatura esile sia per la lingua tagliente e l’umorismo pungente), celebre e pluridecorato campione di ping pong attivo a cavallo degli anni Cinquanta. E su quale sia la vera fonte d’ispirazione ci pensano poi i credits a spazzare via qualsiasi dubbio, con la sceneggiatura scritta a quattro mani da Ronald Bronstein e dallo stesso Safdie basata sull’autobiografia dell’atleta newyorchese del 1974 dal titolo The Money Player, le confessioni di un grande campione americano di tennis tavolo e imbroglione.
Il co-regista di Diamanti grezzi, dopo la rumorosa separazione artistica dal fratello Benny (che quest’anno ha diretto The Smashing Machine, altro film molto americano incentrato su uno sportivo in crisi), mette le mani sul suddetto testo e ne tira fuori un’opera che si ispira alla figura di Reisman, schivando abilmente le trappole della biografia, a cominciare dalle sabbie mobili dell’agiografia. Il rischio in tal senso era dietro l’angolo, ma Josh è stato intelligente a non ascoltare quel canto delle sirene capace di attirare e inghiottire tutti coloro che non si sono dimostrati capaci di resistere alla facile tentazione di celebrare il fenomeno di turno. Marty Supreme oltre a non essere un biopic nel senso specifico del termine non va considerato nemmeno uno sport-drama a tutti gli effetti, con temi e stilemi al seguito, che qui vengono ampiamente ridimensionati. Le gesta agonistiche del protagonista non occupano infatti la maggior parte della superficie quadrata dei 150 minuti che vanno a comporre la timeline, ma ne ricoprono uno spazio inferiore rispetto a quello che sulla carta si poteva ipotizzare e che normalmente è presente nei progetti appartenenti al filone. Di scene dedicate alla disciplina in questione ce ne sono, ma occupano una porzione ridotta rispetto ad esempio ai due capitolo di Ping Pong. Quindi non aspettatevi un film incentrato unicamente sul tennis tavolo, bensì qualcosa in più. Quando però la pallina passa alla componente sportiva il film si fa spettacolare, coinvolgente e adrenalinico, come avviene nella parte iniziale ambientate durante i campionati del mondo di Londra o in quella finale in quel di Tokyo. In quei frangenti sullo schermo scorrono gli highlights dei match più avvincenti, non ultimi quelli tra Mauser e il fortissimo pongista giapponese Koto Endō che riportano la mente le partite di Forrest Gump contro il rivale cinese.
Ecco allora che Marty Supreme rivela così la sua altra natura drammaturgica nell’enorme porzione lasciata sguarnita nella parte centrale, laddove trovano terreno fertile e si sviluppano le dinamiche di un romanzo di formazione che riflette sul cambiamento, sull’ossessione e sul tumulto della crescita del protagonista, al quale partecipano i tanti personaggi secondari. In questa fase del racconto si insinua una progressione altrettanto coinvolgente e inarrestabile di situazioni sempre più paradossali, pericolose e assurde. Il risultato è un crescendo di tensione che alimenta un film che ritmicamente va alla velocità forsennata di una pallina da ping pong sparata da una parte all’altra del tavolo.
Francesco Del Grosso









