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VOTO: 7

Un viaggio lungo vent’anni nella vita di una donna che soffre

Su un suggestivo lungolago macedone, le due amiche Petra Seliškar (autrice del documentario) e Urška Ristic parlano del passato, iniziando quella che è una narrazione che copre decenni. Non è esattamente la storia della loro amicizia, non solo quantomeno, ma è soprattutto quella di Urška e della sua incredibile lotta contro una serie di malattie autoimmuni che le hanno stravolto l’esistenza.
Si comincia dagli anni Novanta, in Slovenia, quando la donna è ancora una modella dal carattere ribelle. Un tratto della sua personalità che la porta in conflitto con la famiglia dalla quale fugge, non ancora maggiorenne, preferendo una struttura psichiatrica alle mura domestiche. E dalla quale andrà via a diciotto anni per poi diventare pianista e rimanere incinta della sua prima figlia, Zoja.
Non è un caso che Body (Telo) di Petra Seliškar, selezionato al Trieste Film Festival 2026 per la sezione “Wild Roses”, si apra con una dedica alle madri e, appena pochi istanti dopo, alle figlie. Perché il rapporto con Zoja è per Urška quasi salvifico. E no, non è questa la vicenda di una tormentata ragazza madre contro un qualsivoglia stigma affibbiatole dalla società, ma quella di un male che, subdolamente, arriva silenzioso per poi colpire all’improvviso.
Il primo collasso di Urška, seguito dal coma, è per via di una encefalite che la priva inizialmente della memoria e che la costringe sulla sedia a rotelle e ad un duro percorso di riabilitazione motoria. Ci sono poche cose che le permettono di affrontare questo momento difficilissimo, una è assolutamente l’amore di Zoja. La famiglia le è vicino, ma il rapporto con i genitori non riesce a guarire definitivamente e, per quanto ne sappiamo, non lo farà mai.
La gioia di avere accanto un uomo che la ama profondamente, Bojan, e l’arrivo della seconda figlia Mia, sembrano restituire una parvenza di normalità ad una vita che comunque non è semplice, tra ristrettezze economiche e problemi lavorativi. Il suo corpo, a causa delle medicine e della grande quantità di cortisone assunto, cambia in modo irreversibile ed ingrassare visibilmente è un’altra cosa con cui non è semplice fare i conti.
Finché giunge il secondo collasso, dovuto alla rara vasculite del sistema nervoso centrale, una malattia che scambia una proteina del corpo per un nemico da eliminare, assalendo il sistema venoso ed impedendo al sangue di fluire. A Urška prende al cervello, costringendola di nuovo a letto.
Rimettersi in piedi, accettare la presenza di una serie di rare patologie, trovare la serenità di affrontare la vita per quel che è, combattendo rabbia e risentimento, scoprire un modo per cercare di essere felice nonostante tutto, capire dove raccogliere la forza di andare avanti, è la prova più grande da superare. Dopo tanti anni Urška può dire di avercela fatta.
Realizzato grazie a filmati di repertorio, girati soprattutto dalla stessa Seliškar per vent’anni, la pellicola è stata presentata in anteprima al Sarajevo Film Festival 2023. Si tratta di un’opera che conduce lo spettatore nella vita della protagonista, accompagnandolo, anche con trovate intimistiche, durante il percorso esistenziale di Urška. E’ una strada dolorosa fatta di scoperta, rifiuto, rassegnazione e in qualche modo di dignitoso riscatto su quello che non è un destino facile da sopportare. Gli scorci naturali offerti dal lago macedone Prespa, teatro delle lunghe passeggiate in cui Urška e Petra si raccontano (e ci raccontano) senza fretta la storia, suggeriscono una struggente anima selvaggia ammantata di serenità, metafora di quella pace interiore che la protagonista sembra aver raggiunto con tanta fatica. A Queste suggestive sequenze se ne alternano altre, quasi oniriche, in cui la regista ci conduce sul fondo del lago, nel buio, o addirittura fra confuse immagini di cellule e batteri ricavate da un microscopio. E’ una narrazione che sembra risucchiarci nella confusione e nel coma in cui Urška cade, per poi riemergere cambiata per sempre.
Non è sempre facile seguire l’approccio frammentario del documentario, soprattutto durante la prima parte. I ritmi sono volutamente diluiti e le riflessioni perfino metafisiche che vengono suggerite, così come le lente e silenziose sequenze che immortalano la natura, impongono un livello di attenzione elevato. Mano a mano che le circostanze si fanno più chiare, seguire i fatti diventa finalmente più agevole e si apprezza efficacemente l’evoluzione degli stati d’animo di Urška, trattenuta su questa Terra solo dall’amore delle figlie e del marito. Come essa stessa lamenta, col tempo una persona come lei sembra diventare semplicemente un “corpo” per i medici (da qui il titolo del film), una cosa interessante da studiare senza che ciò la aiuti davvero a vivere meglio. Ma il suo è anche un corpo che cambia in modo ben visibile, che può tradire e con cui bisogna imparare a convivere nonostante le difficoltà. Un’impresa in cui non tutti possono riuscire, anche di fronte a problemi molto meno gravi, motivo in più per considerare esemplare la figura di Urška Ristic.

Massimo Brigandì

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