Un gesto di Pietas nella città divisa
Durante l’ultima edizione del Premio Sergio Amidei avevamo già preso confidenza con la qualità delle iniziative, prese l’anno scorso per onorare Nova Gorica – Gorizia capitale europea della cultura 2025 ovvero GO!2025.
Sull’onda lunga di un simile progetto culturale, nei primi giorni del Trieste Film Festival 2026 abbiamo potuto constatare ancora una volta quanto di buono sia stato fatto, visionando uno degli 8 “Cortometraggi senza confini” realizzati per l’occasione da registi europei e selezionati dall’apposita giuria presieduta, peraltro, da un Maestro come Gabriele Salvatores.
Altrettanto significativo è che il lavoro in questione, Cos te costa (Too Much To Ask) di Davide Del Degan, triestino e in qualche modo “veterano” del festival, sia stato inserito all’interno di un evento speciale programmato la mattina di domenica 18 gennaio al Teatro Miela, che lo vedeva abbinato al documentario della regista slovena Anja Medved, Forget Me Not (Ne pozabi me):praticamente “campo e controcampo” di una città divisa, Gorizia, passata nel Novecento attraverso differenti forme di oppressione e un discreto numero di Stati diversi, terra di frontiera sempre pronta però a riaffermare con orgoglio la propria esistenza.
Le testimonianze e le memorie storiche contenute in Forget Me Not richiederebbero, per la loro complessità, una trattazione a parte. Quel senso di umana sofferenza e di resistenza agli autoritarismi d’ogni dove già presente nel documentario, però, riaffiora come un fiume carsico, quasi per osmosi, nello splendido cortometraggio di Davide Del Degan. Il cineasta, votato tanto all’indagine documentaria (vedi L’ultima spiaggia, diretto in condominio col greco Thanos Anastopoulos) che alle opere di finzione (da recuperare qui Paradise – Una nuova vita, brillante lungometraggio d’esordio), ha saputo convogliare in Cos te costa le differenti coordinate della propria ricerca espressiva, ribadendo poi quell’attenzione per il territorio e per la sua Storia che è altro tratto fortemente caratterizzante.
Dopo un incipit teso a contestualizzare la vicenda a livello storico-geografico, Davide Del Degan entra nel merito dell’anomalia rappresentata da Gorizia, configuratasi al termine della Seconda Guerra Mondiale quale città contesa dallo stato italiano e da quello yugoslavo, quindi quale città divisa. E lo fa ambientando questa sua concisa ma struggente parabola in uno dei contesti più grotteschi, paradossali, partoriti dalle trattative di pace al termine del conflitto: l’analoga divisione del cimitero di Merna, attraversato da un filo spinato per impedire che quelli di una parte sconfinino nell’altra, anche solo per rendere omaggio ai propri defunti.
Codesta situazione da teatro dell’assurdo, ispirata purtroppo a fatti reali, è stata messa in scena dal regista triestino attraverso un gesto estremo di Pietas: Lena e suo figlio Anton vorrebbero passare per pochi minuti dall’altra parte del filo spinato, così da depositare un mazzo di fiori sulla tomba di famiglia finita in “territorio straniero”, ma oltre il confine ci sono due guardie armate, un giovane soldato yugoslavo e il suo superiore. Il primo ha conservato intatta la sua umanità, vorrebbe aiutare, ma l’altro è pronto ad aizzare i cani e a imbracciare il fucile, minacciando all’occorrenza sia il proprio subordinato che la donna di parte italiana, pur di difendere l’integrità dell’assurdo confine posto tra le lapidi. Si raggiungeranno picchi di tensione altissimi. Eppure, tra colpi di scena sulla natura reale di quella visita che non intendiamo certo rivelarvi qui, con un po’ di dignità e di coraggio si arriverà infine ad affermare che un gesto di umana pietà può ancora accadere…
Nell’introdurre il corto, la direttrice del festival ha scherzato un po’ col regista sul fatto che nell’ambiente si sia soliti sottolineare la difficoltà di avere sul set animali e/o bambini, mentre lui in entrambi i casi pare essersela cavata benissimo. Concordiamo sull’ottima direzione degli attori (compreso, volendo, il cane al guinzaglio del militare slavo) e in particolare del ragazzino, rimarcando semmai quell’attenzione da grande autore per ogni inquadratura, per il montaggio stesso e per le prossemiche tra i personaggi principali, da cui deriva una parte del forte appeal emotivo dell’opera. L’altro contributo artistico di rilievo, ci preme ricordarlo, coincide con l’aver avuto sul set per il ruolo di Lena l’attrice russa Ksenia Rappoport, abituata a produzioni importanti, ma capace pure qui di calarsi nel personaggio con una volontà di veicolarne il messaggio e di introiettarne le più intime sofferenze, che poche altre avrebbero manifestato alla stessa maniera e con pari intensità.
Stefano Coccia









