Diamanti grezzi

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Adam Sandler illumina un film che è un fiume in piena

Howard Ratner percorre di corsa i marciapiedi del Diamond District di New York, la giacca di pelle addosso, gli occhiali con la montatura dorata un po’ kitsch che fanno il paio con l’espressione sorniona di un uomo che pensa di avere il mondo in tasca. Ciò che Howard non sa è che il mondo non è lì dove crede, ma sta per crollargli addosso.
È arrivato il 31 gennaio anche da noi, tramite Netflix, l’ultimo film dei fratelli Safdie, Josh e Benny, Diamanti grezzi (in originale Uncut Gems), che vede come protagonista Adam Sandler, in una delle sue poche sortite fuori dalle commedie nelle quali è solito lavorare, e come membri del cast diverse personalità di spicco, non solo della realtà cinematografica. Prodotto, tra gli altri, anche da Martin Scorsese e distribuito a dicembre negli Stati Uniti da A24, il nuovo lavoro dei Safdie descrive la parabola discendente e caotica di un gioielliere ebreo vittima del vizio del gioco e perennemente inseguito dai creditori. La vicenda è in parte ispirata a quella del padre dei fratelli e questo progetto li accompagna ormai da molti anni, ma solo di recente i due sono riusciti a realizzarlo.
Siamo nel 2012 e, come detto, le giornate di Howard “Howie” Ratner si dividono tra la sua attività in gioielleria, il cercare di evitare le persone, anche pericolose, a cui deve dei soldi e le scommesse cestistiche di cui non sa a fare a meno. Un paio di queste riguardano i Boston Celtics di Kevin Garnett (sorprendente ed importante la sua prova nei per lui inusuali panni d’attore), cui Howard prima presta e poi vende un prezioso opale che è riuscito a farsi arrivare dall’Etiopia. Ma quella di Howard appare sempre di più come una fuga inutile, una caduta irreversibile nel baratro dei suoi vizi, un “fino a qui tutto bene” di kassovitziana memoria.
Che Uncut Gems sia un fiume in piena non v’è dubbio. La cinepresa e l’occhio dello spettatore seguono Howard nei luoghi della sua confusionaria esistenza, tutti circondati da un alone di voluta pacchianeria. I momenti più riusciti sono rappresentati dai dialoghi con KG (in particolare l’ultimo, una sorta di dichiarazione di poetica dell’istrionico personaggio interpretato da Sandler), dall’autenticità del sentimento per Howard dell’amante Julia (una Julia Fox divisa tra viso angelico e vestiario un po’ sgualdrinesco), assolutamente anomalo per quel contesto, e dalla scena finale, vera esplosione del climax ascendente sotteso all’impalcatura dell’intero film. Merita di essere menzionata anche la sequenza quasi da videoclip che vede protagonista il noto cantante The Weeknd, tra felpe fluorescenti e piste da ballo affollate.
Alcune trovate dei Safdie, però, risultano forzate e stucchevoli, soprattutto perché interrompono il ritmo nevrotico del film, facendo perdere la presa agli spettatori. Stiamo parlando dei “viaggi” della camera all’interno del colon (eh sì) di Howard e delle venature dell’opale etiope, che aprono e chiudono il film, ma, pur nel loro essere tecnicamente impeccabili, non aggiungono nulla all’insieme, anzi, come detto, ne azzoppano la marcia spedita e senz’altro ansiogena.
La colonna portante di Uncut Gems, in ogni caso, è certamente Adam Sandler e la sua capacità non solo di occupare due ore e un quarto di scena, ma anche quella di restiturci una figura caratterizzata da una dipendenza dalle scommesse (a proposito: la prima puntata del film Howard la fa sul compianto Kobe Bryant, ironia della sorte), da un continuo andirivieni d’idee, il più delle volte nocive per lui e per gli altri, da un umorismo ebraico che a tratti sembra uscito dalla penna di Woody Allen. Sospeso tra commedia e tragedia, eternamente litigioso e probabilmente espressione di un capitalismo famelico, Howard trova la fine proprio a un passo da quella che, forse, sarebbe stata la sua definitiva liberazione da se stesso, la sua vittoria, quella fuga verso il paradiso che già non era riuscita al Carlito Brigante di De Palma. Cala il sipario, accompagnato dalle musiche di Gigi D’Agostino, su un uomo dalle mille sfaccettature. Come un diamante grezzo, appunto.

Marco Michielis

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