Looking for Grace

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7.0 Awesome
  • voto 7

La normalità nell’assurdo

Pellicole che trattano dell’adolescenza e di tutti quei problemi che, in quanto fase di transizione e quindi di cambiamenti, inevitabilmente comporta, non sono mai mancate e gli ultimi anni non rappresentano un’eccezione in tal senso: Juno di Diablo Cody, grazie alla sua capacità di affrontare un tema di per sé oneroso con piacevole leggerezza, è ormai diventato un cult a tutti gli effetti, e con We Are The Best! di Lukas Moodysson anche gli istinti di ribellione che caratterizzano quest’età di passaggio hanno recentemente ricevuto una specifica attenzione.
Looking For Grace, il lungometraggio di Sue Brooks presentato il secondo giorno nel Concorso Ufficiale della 72esima Mostra Cinematografica di Venezia, è tematicamente affine al lavoro di Moodysson, ma con il tocco ironico e sdrammatizzante di Diablo Cody, che riesce persino a superare grazie ad una scrittura brillante e ad una costruzione narrativa non lineare. La Grace del titolo è una giovane adolescente (Odessa Young) che un giorno decide di partire con un’amica per un concerto che dista due giorni di viaggio, lasciando alla famiglia come unico avvertimento un biglietto con su scritto “sorry mum” e tredicimila dollari in meno nella cassaforte. Per raccontare gli sviluppi della vicenda Brooks sceglie la fortunata struttura a punti di vista, mettendo in scena più volte gli stessi eventi filtrati dallo sguardo dei genitori di Grace (Radha Mitchell e Richard Roxburgh), del poliziotto in età da pensione Tom (Korum Ellis), e di un camionista (Myles Pollard), del quale si apprenderà il coinvolgimento nella vicenda non prima degli ultimi venti minuti di film.
Lo sguardo registico della Brooks non si serve di toni affettivamente forti, che la natura dell’argomento avrebbe potuto comunque giustificare, e mette in piedi una sorta di tragicommedia venata da un umorismo che, per il suo effetto di spiazzamento ed i suoi risvolti assurdi, ricorda la produzione dei fratelli Coen e dei Monty Python: grazie anche a personaggi ben delineati e non irretiti nella loro finalità umoristica, i tempi comici risultano sorprendentemente efficaci e in grado di strutturare scene genuinamente divertenti (l’entrata in scena di Tom che, mentre sorride forzatamente davanti allo specchio, si lamenta con la moglie di un dentifricio che non rende i denti bianchi come promette, è costruita in maniera ineccepibile, così come il suo dialogo con il padre di Grace circa l’infedeltà tra coniugi).
Ma per quanto spassosi scambi di battute vengano disseminati per la pellicola lungo tutta la sua durata, non per questo Looking for Grace manca di mostrarci i comportamenti abietti, la profonda incomprensione e la mancanza di senso che spesso si frappongono tra gli esseri umani, non solo tra quelli fisicamente e ideologicamente distanti, ma tra i membri di una stessa famiglia: e così vediamo Dan e Danise affrontare la scomparsa della figlia con animi emotivamente svuotati, probabilmente perché si sono arresi di fronte alla loro incapacità di comprendere davvero Grace e quindi di intuire la méta della sua fuga. La rappresentazione del loro matrimonio non cede il passo a stereotipi ed a forzature macchiettistiche e alla fine dei conti riesce ad essere assurda e bislacca quanto credibile: un esito che sullo schermo non presenta caratteristiche così contraddittorie.
A rendere Looking For Grace più che un lavoro semplicemente ben confezionato grazie ad inquadrature di sterminati esterni australiani e simmetrici interni e ad un montaggio pulito, sono le buone interpretazioni del cast ed un finale brusco e inaspettatamente drammatico, che se da una parte risulta appositamente architettato e non pienamente giustificato, dall’altra conferma una volta di più quanto l’ambizione umana di risolvere e sanare ogni nuovo imprevisto sia essenzialmente destinata al fallimento.
Per quanto in Looking for Grace siano facilmente individuabili dei punti deboli, i quali consistono nella banalità della storia e nella narrazione diacronica che a tratti si rivela faticosa, l’impressione complessiva è quella di un lavoro ben svolto, che testimonia una volta di più dell’esistenza di registe femminili promettenti e originali.

Ginevra Ghini

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